Cesare Carpi muore in un incidente stradale nei pressi di Foligno il 22 aprile 1927. Non farà quindi in tempo a veder nascere la Roma, progetto che stava coltivando da tempo insieme a Italo Foschi. Agente di cambio, proprietario del Banco Carpi, esponente di spicco del Roma Football Club, società che poi si rivelerà una pedina decisiva per consentire a Italo Foschi di tenere la Lazio fuori dalla società che stava nascendo. Con la sua Lancia Lambda è partito dalla Fiera Campionaria di Milano e sta viaggiando in direzione Roma, solo che a un certo punto la macchina sbanda senza apparente motivo, probabilmente per un malore dello stesso Cesare che è alla guida ed esce di strada. A nulla servono i soccorsi prestati in una casa vicina, dove le altre due persone che erano a bordo, uscite illese dalle lamiere, riescono a portare il signor Carpi. Le due persone sono il signor Cirilli e Giorgio Carpi, diciassettenne figlio di Cesare, che vede così morire il padre sotto i propri occhi. Quegli stessi occhi che vedranno la nascita della Roma. Cioè il frutto del lavoro fatto, senza poterlo vedere compiuto, da suo padre. Giorgio Carpi è l'eredità di un innamorato della Roma che, a conferma dell'eternità di un nome che è un ideale e un sentimento senza tempo, è morto da romanista prima ancora che la Roma nascesse.

Portò i colori

Degno, degnissimo erede, Giorgio Carpi fu uno dei pochi giocatori del Roman che riuscì a entrare nella Roma, dato che la sua società era sì ricca e organizzata, ma da tempo era finita nelle retrovie del calcio italiano. Quel Roman Football Club che aveva dato i colori alla Roma. Colori portati, materialmente, proprio da Giorgio Carpi, perché fu lui a portare le magliette con cui la squadra giallo Roma e rosso Roma scese in campo il 17 luglio 1927 in occasione della prima partita della sua storia con gli ungheresi dell'U.T.E. C'è una foto, chissà se scattata proprio quel giorno o in un altro - fa lo stesso perché questa storia è eterna e senza tempo come il sentimento che l'ha generata - che lo ritrae seduto sulla pista del Motovelodromo Appio accanto ad Angelino Cerretti. Un personaggio che non andrebbe mai dimenticato, perché, ufficialmente da massaggiatore ma praticamente da tuttofare e quasi padre spirituale, è sempre stato al servizio della Roma. C'è tutta la Roma in quella foto. C'è tutta la Roma in Giorgio Carpi, talmente orgoglioso di indossare la maglia romanista da essere disposto a giocare gratis. Poteva permetterselo, certo, ma ciò non toglie nulla alla valenza del suo gesto. Orgoglioso sia delle sue 45 presenze, tra le quali i primi due derby, naturalmente vinti dalla squadra della città, sia di tutte le volte in cui è rimasto in panchina o in tribuna a tifare per i suoi compagni o, negli anni a venire, per i giocatori della società di cui era divenuto dirigente. Sempre al servizio della Roma. Era in campo anche il 3 novembre 1929, in occasione della prima partita a Campo Testaccio, contro il Brescia. Cose che valgono più di una qualsiasi altra carriera altrove, giocando e guadagnando di più, come sicuramente sarebbe capitato a Giorgio Carpi se avesse fatto quello che qualsiasi calciatore avrebbe fatto al posto suo. Lui no. Perché lui era la Roma. Lui, definito «il signorino» per via delle sue origini altolocate ma poi centrocampista di fatica, interditore. Ruolo proletario, insomma. Da faticatore. Aristocratico e popolare, come la Roma. Lo si poteva vedere al volante della sua Fiat 509 Coupé a portare in giro per Roma l'amico fraterno Attilio Ferraris: che tutto sapeva fare, dalle rovesciate al biliardo, tranne guidare un'automobile. E anche a sorvegliare il suo capitano nelle notti passate in bisca, se le cose si mettevano male. Oppure dietro una scrivania ad occuparsi delle questioni quotidiane, piccole e grandi, della Roma. O a bordocampo seguendo i ragazzi delle giovanili, al fianco della prima squadra in volo verso il Venezuela. Addirittura in panchina, due volte, da allenatore. Poi sugli spalti, da tifoso. O a casa Sacerdoti, dove era considerato uno di famiglia, non solo perché il presidente era stato amico fraterno del padre, ma soprattutto per la sua dedizione totale alla causa romanista. Stanco di non pagarlo, nel 1930 Sacerdoti gli regalò un'automobile.

Da Soncino a Carpi

Nominato Socio Benemerito già nel novembre 1944 (la comunicazione dal presidente Pietro Baldassarre gli arriva a gennaio del 1945), entra nei quadri dirigenziali della Roma raggiungendo incarichi di primissimo piano (tra questi Segretario del Comitato Esecutivo), ma in realtà svolge ogni tipo di funzione compresa quella di allenatore. E siccome la storia della Roma è anche un continuo passaggio di consegne, una costante staffetta di valori e sentimenti che si trasmettono da padri a figli, da maestri ad allievi, non può essere un caso che lui, erede di uno dei padri fondatori, sia stato il dirigente incaricato di portare Giacomo Losi a Roma. Sarà bastata la prima stretta di mano a trasmettere da uno all'altro quel romanismo che pochi calciatori come lo stesso Losi hanno saputo portare avanti. Gli è mancato solo il gol. «Ci andai molto vicino contro la Juventus, ma Combi, con un balzo, mi privò di questa gioia quando pensavo di avercela fatta», ha raccontato una volta. L'11 gennaio 2015 ci ha pensato poi la Curva Sud a riportare l'attenzione sulla sua storia, inserendolo nella sua Hall of Fame, quella dei «Figli di Roma, capitani e bandiere» che ha segnato un derby che non poteva non essere poi segnato dalla doppietta di Totti. Forse è anche per questo che poi è entrato anche nella Hall of Fame della società, sempre votato dai tifosi. Con queste parole il figlio Andrea, che già si era emozionato nel giorno di quel derby storico, ha accolto la notizia: «Con mio fratello Piero e i nipoti di papà, tutti invariabilmente romanisti, esprimo riconoscenza all'AS Roma, per la sensibilità dimostrata nel sostenere la memoria storica dei colori giallorossi, e ringrazio di cuore la Commissione e i tifosi che hanno votato online, per le preferenze espresse. Ci piace interpretare il loro voto come un riconoscimento, oltre che per il contributo dato da papà come calciatore, anche per i suoi comportamenti improntati sempre alla correttezza sportiva, per la sua testimonianza degli albori della squadra, fin dalla sua militanza da giovanissimo nel Roman, per la collaborazione in diversi ruoli dirigenziali nel difficile periodo della ricostruzione degli Anni 50, per la fedeltà fino alla fine come tifoso con il batticuore e, non ultimo, per la spesso citata rinuncia agli emolumenti come giocatore, divenuta simbolo dei valori di disinteresse e onestà, oggi di particolare attualità. Dopo la morte di suo padre Cesare, avvenuta proprio nell'anno di fondazione della società, la Roma era divenuta per mio papà una seconda famiglia. Questo riconoscimento è per lui un regalo inestimabile».

Tommasi, una vita dopo

Inestimabile è il messaggio che ha mandato con il suo esempio Giorgio Carpi. Inestimabile è, come insegna la sua vicenda, la potenza di un sentimento, quello romanista, che sa generare storie come la sua. Se accadono molto più spesso qui che da altre parti, se ancora oggi, pur all'interno di un calcio dove coltivare i sentimenti è diventato pressoché impossibile, c'è sempre un filo di continuità di valori che si trasmettono da maestri ad allievi, da capitani presenti a futuri, da romani nati e acquisiti (Giorgio Carpi era di Verona, come Tommasi, che non giocò gratis, ma al minimo di stipendio sì), è perché la Roma è un'altra cosa. Tanti non lo capiranno mai. Alcuni l'hanno sempre saputo. Anche da prima che nascesse la Roma. Come Giorgio Carpi.