Sono tanti venti anni, certe volte anche troppi. Troppi se pensiamo a quanto tempo è passato da quando strappammo il tricolore dalle maglie sbagliate per mettercelo sul petto. Troppi perché questa tifoseria, e perciò questa città, una soddisfazione del genere la meriterebbero una stagione sì e l'altra pure.

Ma è la ROMA, non le chiedo nulla: l'amerei anche se smettesse di giocare a calcio. Figurarsi, perciò, se il periodo che mi divide dall'ultimo scudetto possa inficiare l'idea, e l'ideale, che lei rappresenta per me, per te. Per noi. Poi, è chiaro, le vittorie – tutti – le ricordiamo con trasporto perché siamo stati capaci, vivendole, di trasformarle in storia. Ma la mia, di storia, più che alla festa dedica un capitolo fondamentale al… giorno prima.

A quel sabato 16 giugno 2001 – oggi, venti anni fa – vissuta con addosso la frenesia con cui, da ragazzini, si aspettava l'arrivo delle cose belle. Divisi, tutti, tra la voglia d'andarsene a dormire per far sorgere, prima possibile, il sole e vivere quella domenica indimenticabile, oppure il desiderio di prolungare, quanto più possibile, l'attesa per potersela godere appieno. Quella domanda non me la posi nemmeno perché di un patrimonio così grande di felicità non volevo mandarne disperso un solo grammo, nessuna intenzione di lasciar scorrere un secondo di quella adrenalina – naturale e innaturale, scintillante, universale – senza il privilegio d'averla vissuta. Una notte lunga e piena di amici, birra, amore, abbracci, promesse, canzoni, risate e pallonate: tutto!

Perché lo scudetto che saremmo andati a vivere il giorno dopo non rappresentava solamente una vittoria calcistica ma una parte, bella ed eterna, della storia che lega ognuno di noi a questa squadra che c'ha bucato la pelle per arrivare al cuore. Scegliemmo allora, quella notte, di non lasciarsela sfilare accanto ma di rimanerne travolti per prolungare, quanto più possibile, quella fantastica attesa che – senza parlare di noi, naturalmente – Giacomo Leopardi riuscì a raccontare nel Sabato del Villaggio: «Cotesta età fiorita è come un giorno d'allegrezza pieno, giorno chiaro, sereno, che precorre alla festa di tua vita. Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirvi non vo'; ma la tua festa ch'anco a venir non ti sia grave».
Tutto qui.

(Pure se poi, solamente qualche anno fa hanno svelato che pure Leopardi era della lazio…)