Tra dire e fare c'è di mezzo Maresca. Hai voglia a dire che Pellegrini avrebbe dovuto tirare o che Pedro avrebbe dovuto frenarsi. E hai voglia a fare secondi tempi con dieci giocatori che sembrano (almeno) dodici. Se ti si mette di traverso l'arbitro campano (o chi per lui, l'Aia abbonda di esemplari di severità a singhiozzo, fischiatori casuali e campioni di suscettibilità), tutto il resto è scappatoia. Si può ricorrere a espedienti per evitare il pericolo, ma la conquista di punti impone sforzi sovrumani. E non è detto che siano sufficienti. Perché dove non arriva il signore col fischietto, ci pensano i quattro amici al Var (addetto, tecnico e due assistenti). Che decidono di vedere o non vedere, richiamare o meno l'attenzione del collega in campo, soltanto su base discrezionale, senza seguire alcun canovaccio normativo. Tradotto in soldoni: fanno un po' come gli pare.

In questo senso didascalici appaiono gli episodi di domenica: dal gol annullato a Mkhitaryan; alla grazia reiterata a Obiang; al rigore negato su un mani che sarebbe bastata l'espressione da reo confesso di Ayhan per dissipare ogni dubbio; a decine di altre piccole-grandi circostanze che non finiscono negli highlights, ma sono indicative dell'arroganza di fondo nella conduzione del match. Sul campo come in sala Var, dove comandava Guida. Spesso contromano con la Roma di mezzo.

Se poi nel day after il tramite fra arbitri e club (colui che capovolse l'esito di uno Juve-Roma da titolo, tanto per rinfrescare le memorie più corte) bolla le nefandezze con un irrisorio «Al di là di un episodio, le decisioni sono state corrette», sorge il ragionevole dubbio che lo spirito corporativo trascenda perfino le inadeguatezze. A Rocchi e i suoi fratelli forse sfugge che è proprio la difesa dell'indifendibile a generare pensieri maliziosi.

A scanso di equivoci, il complottismo è lontano anni luce da queste considerazioni e l'imbattibilità della Roma diretta da Maresca ne rappresenta la più inoppugnabile delle ragioni. Tantomeno s'intende lanciare grida disperate. Di speranza, semmai: quel carico d'orgoglio espresso nel secondo tempo col Sassuolo vale più di mille ingiustizie. Ma un campanello deve suonare. A raccolta, più che d'allarme. Adesso più che mai è l'ora di stringersi un po'. Per respingere chi vessa e soprattutto chi se ne fa megafono. Coprendo, minimizzando, scagionando. O, quando l'evidenza dei fatti è schiacciante, riducendo prove a brandelli e confinando l'opinione in cojonella.

Sarà un caso, ma il cosiddetto commento tecnico delle gare della Roma è affidato sempre o quasi a ex degli avversari, quando non a tifosi dichiarati di chi è di stanza a Formello. E nei salotti post-partita si sta coniando - forse inconsapevolmente - l'ennesimo neologismo riguardante lo scibile romanista: dopo il mainagioismo di matrice interna e il lavevodettismo misto, è ora il turno del peroismo, tutto esterno. Pura assonanza con Evita e Juan Domingo (anche se una certa scia sarebbe pure rintracciabile). Ma c'è sempre un «sì però» o un «no però» a svalutare la Roma. Che chiamano coesione e ribellione. Come quelle mostrate domenica dalla squadra o fin dagli Anni 80 dalla Sud. Una volontà, un traguardo: vincere, malgrado tutto.