Non si dovrebbe mai morire a diciotto anni, età dell'incoscienza mista ad ingenuità con un occhio rivolto verso un imprevedibile futuro e l'altro sulle certezze del passato: tra sogni, preoccupazioni, amori, passioni e turbe giovanili. Si diventa maggiorenni, entrando a piedi uniti sul mondo dei grandi con tutte le paure del caso e una voglia irrefrenabile di conquistarsi uno spazio su questa terra. Se li portava in trasferta con tutta la loro innocenza quei diciotto anni: Antonio, un ragazzo come tanti prima e dopo di lui. Le premurose attenzioni di mamma Esperia, la perdita prematura del padre e un legame indissolubile con fratelli e sorelle. E ancora le ginocchia sbucciate nella sua Torre Maura, l'amore per le due ruote e quel motorino i cui rumori scandivano il passare del tempo nel quartiere; il lavoro da operaio, la scuola lasciata anzitempo perché il destino a volte ci obbliga a diventare adulti senza possibilità di rifiuto. E l'amore per la Roma. La amava la Roma, Antonio. La portava al collo e sul petto per custodirla con la fierezza di un fidanzato nei confronti della bella amata. C'è una sua foto con la maglia giallorossa e il lupetto sopra il cuore e gli occhi semichiusi in una smisurata preghiera, così profondi da saper parlare senza proferir parola.

Era partito per stare accanto alla Roma, nonostante il timido tentativo di un fratello di farlo desistere. Non è più tornato, ma non per questo quegli occhi hanno smesso di dirci qualcosa. Chilometri e chilometri di rotaie lasciate alle spalle, la stazione Centrale, il tram in direzione San Siro e il bramato avvicinamento al settore ospiti. Quanti di noi han vissuto i momenti che hanno contraddistinto quel tragico 4 giugno del 1989; tanti, anche chi a quei tempi era soltanto un dolce pensiero nella mente di un padre e una madre. Chi era presente quel giorno. Chi non era presente ma si è fatto mille trasferte e sa che non si può morire mentre si vive un momento di spensieratezza.

Non si può raccontare il dolore di una madre, non sarebbe giusto farlo; non si possono pesare le lacrime di un genitore che perde un figlio e vede svanire il proprio futuro, sogni e speranze proiettate che svaniscono finendo in frantumi sotto il peso di un'infamia. In ogni famiglia regna la consapevolezza che l'unità sia destinata a spezzarsi con il tempo: i bambini cresceranno, si faranno adulti e lasceranno il tetto domestico e quei genitori ormai diventati vecchi vivranno di riflesso, osservando giorno dopo giorno i frutti di un lavoro che per difficoltà non avrà mai eguali. A mamma Esperia tutto ciò è stato negato in una calda giornata di giugno e nessuna giustizia terrena potrà mai ridarle quel pezzo mancante di cuore.

Nessuna sentenza potrà esaudire il desiderio di un sogno. Il sogno di riabbracciare il più piccolo dei suoi figli. Quel sogno che da oltre ventotto anni accompagna le notti, proprio come quello descritto da Fabrizio De André nella Buona Novella, quarto album dell'artista genovese pubblicato proprio mentre Antonio vide per la prima volta il volto materno. Era il novembre del 1970. I tifosi della Roma non hanno mai abbandonato questa famiglia, perché la famiglia De Falchi è la Roma e Antonio il suo cuore. Quel cuore che il 4 giugno del 1989 fu arrestato a colpi di botte da una vile masnada. Perché delinquenti è poco e tifosi no, non si può parlare di tifo in queste circostanze drammatiche. I romanisti hanno ricordato e continuano a ricordare un loro amico, uno come loro e così le generazioni che son arrivate dopo. Hanno cantato per Antonio, scritto versi per Antonio, dipinto un cuore giallorosso in quel di Torre Maura, giocato a calcio in suo onore; perché ad Antonio piacevano la Roma, il calcio, la Curva. Ma soprattutto hanno regalato una bandiera a mamma Esperia, che come la Maria di De André quando la accarezza ha il timore di far troppo forte.