Dalla curva al cuore. Dalla Sud al centro di Roma. Il centro del mondo, per ogni tifoso Romanista. Il viaggio emozionale e emozionante vissuto dai 60.000 che ci hanno creduto nonostante i pronostici. Nonostante tutto. Nonostante un destino spesso, troppo spesso, cinico e baro, beffardo fino all'inverosimile.

Perché le strade dritte non ci sono mai piaciute, non ci siamo mai orientati con quegli orizzonti distesi davanti ai nostri occhi. Sono le curve che segnano il cammino, passo dopo passo, segno dopo segno, sogno dopo sogno. È La Curva che detta il ritmo, la velocità, il battito, la direzione. Sud. 

Dalla Sud al cuore, dal cuore alla Sud. Andata e ritorno, come quella della doppia sfida tra Roma e Barcellona. "E si raccoglie la mia anima e volta al più lungo giorno de l'amore antico, ancora leva chiaro un canto a l'amore notturno" - scriveva un poeta. Quella di martedì per la Roma, per i Romanisti, è stata la più lunga notte, dilatata all'infinito dai minuti successivi al gol di Manolas.

Ciò che c'è stato nei brevissimi settantacinque minuti precedenti al è stato amore, speranza, paura, equilibrio precario. Fisico e mentale. "Ce la facciamo. No, non ce la facciamo. Sì, ce la facciamo. Ce l'abbiamo fatta, ma è vero? Sì, è tutto vero". L'uscita dall'Olimpico ha regalato una città impazzita tra clacson e sciarpe giallorosse, buia e luminosa al tempo stesso; fresca e calda; vuota e piena.

La gente, le persone, i Romanisti si sono riversati nelle strade, nelle piazze, nei bar ancora aperti agli ultimi romantici, al bicchiere della staffa, per prender parte all'euforia personale e collettiva che è il gioco del calcio, dei sentimenti, della vita, della Roma.

E la notte ha trovato il suo prolungamento estremo, la sua dissolvenza al bianco sole del mattino, quando tutto si è mescolato: gli orari, il sonno e la fame, la notte e il giorno. Il risveglio, per chi ha avuto l'ardire di dormire, è diventato voglia di uscire. Ancora, di nuovo. Per quelle strade, per quei bar, per quelle piazze. Uscire, sì, e riconoscersi, come si riconoscono le persone innamorate, senza bisogno di un simbolo esterno perché quel simbolo, quello stemma, ce l'hanno tatuato nell'anima, dalla curva al cuore.

E in quei luoghi, diventati nonluoghi in quel tempo divenuto nontempo che è stata questa giornonottegiorno continua, si sono ritrovate le persone. Per un caffè, per il giornale del mattino che ti sporca le mani con l'inchiostro fresco di stampa. Le persone Romaniste si sono riconosciute dallo sguardo, fiero sempre, soddisfatto finalmente, dopo anni di imprese sfiorate.

Il caffè di ieri mattina se lo ricorderanno in parecchi, così come la complicità respirata accanto a perfetti sconosciuti diventati, o forse sempre stati, improvvisamente fratelli. Fratelli di Roma, la Roma s'è svejata. E Roma, ieri,  s'è svejata bene.