Come era Diawara? Ricordando: uno scarto del Napoli; uno scarso per i più educati; un pippone per i più maleducati che peraltro per certi versi preferiamo; uno che non giocava da due anni e ci sarà un motivo perché non giocava; un sopravvalutato con quel cartellino alla fine valutato ventidue milioni nel faticoso affare che ha portato Manolas al Napoli; uno che non sarebbe servito a nulla; uno che non sarebbe mai andato in campo e via di questo passo evitando giudizi oltre i confini della decenza che pure ci sono stati. Ancora della stessa opinione, disfattisti a prescindere, dopo i sontuosi novanta minuti che il guineano ha giocato a San Siro, contro la prima in classifica, in una Roma che si stava ancora leccando le ferite dopo una vigilia devastante?

Il paragone

Non vogliamo essere blasfemi e siamo sicuri che anche Daniele De Rossi capirà, ma il Diawara che abbiamo applaudito ieri sera, c'è sembrato giocare proprio sulle tracce del Sedici che ora veste la maglia del Boca e che comunque continua a mancarci. Ma avete visto quando c'era un pallone libero respinto dalla difesa dell'Inter, chi è sempre o quasi stato il primo ad arrivare su quel pallone grazie a un senso della posizione che è dei predestinati? Ma avete visto come, ad appena ventidue anni, ventidue disfattisti che non capite niente, come si è mosso sul campo, come era sistemato sulle linee di passaggio dei nerazzurri, come ha messo il piede quando c'era da metterlo, come ha distribuito il gioco con un senso delle geometrie calcistiche che è una virtù che non si allena, ce l'hai o non ce l'hai? E il ragazzo arrivato da Napoli questa virtù ce l'ha, aveva soltanto bisogno di ritrovare tempi e ritmi di gioco dopo due stagioni passate a Napoli giocando a intermittenza, senza mai sentire la fiducia dell'ambiente o dell'allenatore, pagando pure il pedaggio alla presenza di giocatori come Jorginho e Hamsik prima, poi Fabian Ruiz. Quello visto a San Siro, dopo un inizio di stagione bruscamente interrotto da menisco e sala operatoria, è definitavamente tornato al passato, quello del suo primo anno in Italia, maglia del Bologna, non aveva neppure venti anni, stagione in cui aveva dato la sensazione di essere un centrocampista destinato a una grande carriera. All'epoca se ne accorse il Napoli con tanto di telenovela estiva con il ragazzo che non rientrò a Bologna perché voleva andare sotto il Vesuvio.

Ha visto la luce

La partenza a Napoli era stata importante. E proprio a quella partenza, Amadou deve il fatto che oggi veste la maglia giallorossa. Quel Napoli di Sarri, infatti, incontrò nel girone di Champions League lo Shakhtar allenato proprio da Paulo Fonseca. E al tecnico portoghese rimase negli occhi quel ragazzo appena ventenne che era capace di orchestrare il centrocampo di una squadra come quella allenata da Sarri. E allora quando il portoghese ha detto sì all'offerta della Roma, una delle primissime richieste del tecnico alla sua nuova società, è stata proprio quella del ragazzo guineano. E visto che le due società stavano già discutendo a proposito del trasferimento di Manolas alla corte di Carlo Ancelotti, con il presidente De Laurentiis che le stava provando tutte per risparmiare sulla clausola da trentasei milioni scritta sul contratto del greco, la voglia di Fonseca di avere Diawara è arrivata a proposito per chiudere l'affare. Magari la società giallorossa è stata costretta ad alzare la sua valutazione del cartellino del guineano, ma la prestazione di San Siro di ieri sera, ha confermato che la luce che Fonseca aveva visto in quella doppia sfida di Champions, era giusta, destinata a diventare ancora più luminosa. Perché qui stiamo parlando di un ragazzo che ha appena compiuto ventidue anni, reduce da due stagioni in altalena, ma che aveva bisogno solo di fiducia per riprendere quel cammino da protagonista che aveva fatto intravvedere a Bologna. Siamo sicuri che a Buenos Aires anche De Rossi avrà pensato le stesse cose.