Se il vento procede in direzione ostinata e contraria, più che ripararsi bisogna cercare di spingere dal lato opposto. Nel corso degli anni la Roma è stata una sorta di calamita di calamità. Naturali quanto fisiche. Ma anziché prenderle in contropiede ci si è troppo spesso adagiata, fornendo alibi a se stessa e argomenti al mantra incapacitante del mainagioismo. Anche questa volta la pausa per le nazionali non ha fatto altro che addensare le nubi già da un pezzo minacciose del cielo sopra Trigoria. Per non parlare di quello che sovrasta Genova. Infortuni e fortunali. Dei primi si è già fatto il pieno, mentre i secondi (possibili, ma tutt'altro che sicuri) appaiono pronti ad abbattersi sulla squadra della Capitale in trasferta. Come se non bastasse, la Sampdoria è l'ennesima avversaria che arriva alla sfida contro i giallorossi con l'acqua alla gola, pronta a giocare la più classica delle "partite della vita". Lo farà con una vecchia conoscenza come Ranieri, che in blucerchiato ha concesso il bis della sequenza da panchina già vissuta a queste latitudini qualche mese fa. Peraltro non il solo déjà vu portato in scena dal tecnico di San Saba, che se possiede indubbie doti da motivatore, come comunicatore tende a diventare ripetitivo fino a sfiorare il parossismo.

Saranno affari senz'altro non più nostri, ma sentirgli dire in fase di presentazione che ha «sempre nutrito simpatia per la Samp», ha risvegliato istinti di rivalsa mai sopiti da quel 25 aprile del 2010. La Liberazione diventata prigionia: per rendere un minimo di giustizia alla storia senza inimicarsi i nuovi alleati sarebbe forse bastato evitare l'avverbio di tempo. Per far rimangiare lo slogan da dare in pasto alla piazza di turno (almeno fino alla gara di ritorno), basta fargli cominciare in salita l'avventura genovese. Nonostante le premesse che accompagnano la Roma a Marassi conferiscano a un eventuale risultato positivo i crismi della mezza impresa. Mezza perché gli avversari sono pur sempre in coda a una classifica che Florenzi e compagni hanno tutte le possibilità di scalare. Anche con Fonseca in tribuna. Anche con Dzeko mascherato e probabile panchinaro per proteggere lo zigomo dolorante. Anche senza pezzi importanti in ogni reparto. Proprio per dare un senso differente a quelle raffiche che sembrano prendere costantemente un verso opposto a quello romanista. Al di là di ogni altra considerazione tecnica e tattica, presente e futura, è questo il vero snodo della crescita. Da squadra buona si diventa squadra forte, magari anche grande, affrontando le emergenze con lo spirito di chi giocherebbe nella migliore condizione possibile. Come quando fuori piove. Ma su di noi non più.