Contano i risultati. Ci hanno detto sempre così nella convinzione che solo quelli, i risultati, potessero dare una risposta definitiva sul valore di una società, un allenatore, una squadra. C'è del vero, per carità, ma ci sono situazioni che possono andare oltre, significare qualche cosa di più di una partita o, addirittura, di un trofeo vinto. Ecco nella parte finale del 2017 che abbiamo appena salutato, alla Roma è successo qualche cosa di questo tipo, che va al di là di qualsiasi risultato. È arrivato, dopo decenni di attesa, il definitivo sì alla costruzione dello stadio giallorosso, della casa romanista, dell'impianto che è necessario per poter immaginare un futuro migliore. Un sì che vale tantissimo. Che, anche se si dovrà aspettare ancora qualche anno, può già dare una dimensione diversa a una Roma che ha bisogno del suo stadio per poter fare un ulteriore salto in alto nella scalata verso il top del calcio italiano ed europeo. È stato un sì sofferto, arrivato dopo illusioni e disillusioni, tra un sindaco e l'altro, esposti e polemiche, passando per un nuovo progetto dopo che il primo, approvato dalla precedente giunta comunale, era stato rispedito al mittente. Questa società americana di sicuro avrà fatto più di un errore da quando si è messa al timone del comando, ma è anche vero che sulla questione stadio ha avuto l'intuizione e la pazienza di aspettare che i tempi fossero maturi per poter dare alla Roma quello che serve alla Roma. Non tutti, probabilmente, in questa città hanno capito fino in fondo l'importanza della costruzione di uno stadio di proprietà, di una casa in cui i tifosi possano sentirsi come a casa loro. Nell'iter per arrivare al sì definitivo, sono stati innumerevoli i tentativi di mandare tutto all'aria, quasi sempre con motivazioni che non stavano né in cielo né in terra. Come, per esempio, quello fatto a proposito della tribuna dell'ippodromo di Tor di Valle, o come, anche, l'insistenza di qualcuno a proposito di un possibile rischio idrogeologico che a Tor di Valle non c'è mai stato.

Il sì allo stadio è stato sicuramente l'episodio più importante dell'ultimo trimestre del 2017, ma contemporaneamente c'è stato molto calcio giocato, con la Roma di Di Francesco impegnata in tre competizioni. Tre mesi da protagonista, rovinati da un finale d'anno, dal venti al trenta dicembre, dall'eliminazione in coppa Italia con il Torino all'Olimpico fino al pareggio sempre casalingo con il Sassuolo, passando per un'altra sconfitta sul campo della Juventus. Eppure i precedenti mesi, ci avevano fatto vedere una Roma in grado di giocare un buon calcio. Stupendo soprattutto in Europa in un girone che, al momento del sorteggio, aveva fatto mettere le mani nei capelli un po' a tutti, Chelsea e Atletico Madrid le logiche candidate alla qualificazione per gli ottavi di finale. C'è da chiedersi oggi, alla luce delle ultime, deludenti, partite dell'anno, che fine abbia fatto la Roma vista nelle due partite contro il Chelsea. Una Roma in grado, sia a Stamford Bridge che all'Olimpico, di impartire una lezione di calcio ai campioni d'Inghilterra con un'idea di gioco sfacciata. Per certi versi è stata più bella la Roma che ha pareggiato a Londra di quella che lo ha asfaltato all'Olimpico. Perché è l'idea di gioco che i giallorossi hanno messo in campo in Inghilterra, quella che dovrebbe essere la stella polare del calcio difranceschiano. Una Roma in grado di andare a cercare il pallone a ottanta metri dalla sua porta, un pressing feroce, una squadra corta in grado di rubare palla e ripartire puntando verso la porta avversaria, capace di andare oltre anche ad alcune disattenzioni difensive che non stavano facendo giustizia di quello che la squadra stava costruendo in campo.

A Stamford Bridge è stata la grande notte di tremila meravigliosi tifosi e di Edin Dzeko, autore con un sinistro al volo di uno dei più bei gol della nostra storia europea e poi, con un colpo di testa, di ribaltare il risultato, prima che una capocciata di Hazard fissasse il punteggio finale in un pareggio troppo stretto per quello che aveva fatto vedere la squadra di Di Francesco. Ma è stato in quella notte londinese, che la squadra ha capito di poter sognare anche in Europa. Dimostrandolo subito dopo, nella gara di ritorno contro il Chelsea, battuto con tre gol (doppietta di El Shaarawy e poi Perotti) che sono stati alla base, poi, della vittoria finale nel girone. Al punto che la sconfitta a Madrid contro l'Atletico è stata quasi ininfluente, soprattutto dopo la vittoria, prevista ma mai sicura, contro gli azeri del Qarabag nell'ultimo impegno del girone. Primi, come nessuno aveva pronosticato. Primi e quindi qualche speranza in più per il sorteggio degli ottavi. Dove fortunatamente abbiamo evitato gli spauracchi Real Madrid e Bayern Monaco, pescando gli ucraini dello Shakthar in un doppio confronto in cui immaginare di approdare ai quarti di finale non è un esercizio di ottimismo.

Un po' meno ottimisti, per un finale d'anno che ci ha fatto trascorrere le feste con il muso lungo, si può essere per il campionato. Non per la coppa Italia che la Roma ha salutato subito, nella partita secca contro il Torino in casa, subendo una sconfitta che ha aperto le porte a una crisi che si spera possa esaurirsi subito, già dalla prima partita di questo nuovo anno. Una sconfitta immeritata quella contro i granata, ma con colpe che non si possono nascondere, come quella di schierare dieci giocatori diversi rispetto al precedente impegno. Fino a quel giorno, venti dicembre, il cammino in campionato era stato di quelli che potevano legittimare ambizioni di grandezza. Nonostante la sconfitta all'Olimpico contro il Napoli, una partita giocata male nel primo tempo, ma che nella ripresa aveva visto un cambio di marcia che poi la Roma si è portato dietro fino al Torino di coppa. Un cammino importante, quello dei giallorossi di Di Francesco, impreziosito da una netta e meritata vittoria nel derby che, come si sa, da queste parti è la sfida più importante della stagione. Sembrava quel derby, Perotti su rigore, gran diagonale di Nainggolan, tutto sotto la Sud, aver messo le ali a una squadra che pareva aver metabolizzato la fiducia in se stessa, necessaria per poter esprimere il miglior calcio. E così è stato, anche se con qualche intoppo imprevisto, come i pareggi sui campi del Genoa e del Chievo, al termine di due partite in cui gioco e occasioni avrebbero legittimato sei punti piuttosto che i due portati a casa. Quattro punti in meno il cui peso è stato capito fino in fondo nel momento della trasferta sul campo della Juventus. Una nuova sconfitta, l'ottava consecutiva considerando anche un impegno di Coppa Italia, che ha allontanato i sogni per un 2018 da vivere alla grande.