Vorrei tanto che tornassero le barriere. Quelle sane, necessarie, imprescindibili. Quelle, ad esempio, che da ragazzino ti impedivano di avere amicizie sbagliate. "Me dispiace, nun potemo gioca' insieme". Erano pochi, quelli là. Erano pochi perché nessuno li considerava. Nessuna amicizia, nessun confronto. E se ogni tanto eri costretto ad incontrarli, non c'era gesto, striscione o azione che potesse farti sorgere un dubbio sulla differenza, di forma e di sostanza, tra noi e loro. Noi il Bene, loro il Male. Vorrei che si alzassero vecchie barriere. Barriere emozionali che ti permettevano di amare la Magica senza se e senza ma. Quanti "però…" ci tocca sentire, quanti distinguo, quanta voglia insana di affrancarsi da un sentimento semplice per riempirlo di cinismo, razionalità, addirittura sportività. La Roma non è una squadra di calcio. Non lo è mai stata e mai lo sarà. E quelle frasi banali che invadono i social, come ad esempio la leggendaria "La Roma non si discute, si ama", oggi risuonano ipocrite e melense. Non è vero che la amiamo. Non la amiamo più come fosse una fede. La discutiamo, eccome. E non mi riferisco al legittimo diritto di contestare scelte societarie o di imprecare per un gol sbagliato al 91', piuttosto a quella modalità ormai purtroppo in voga di sentirsi stanco, annoiato, depresso, furioso, addirittura avvelenato sul destino che ci ha fatto romanisti. Quell'insopportabile e vittimistico slogan del "Mai na gioia". E cosa ancora peggiore, denigrare con rabbia chi tenta di conservare un cuore tenero. Come se l'amore pe' ‘sti du' colori dovesse ridimensionarsi in funzione di un sentimento più maturo, meno passionale, pervaso di criticismo e diffidenza.

Ma pensate veramente che ai tifosi della Roma non piaccia vincere? Pensate veramente che a loro possa bastare andare allo stadio co la bandieretta in mano? Vi sbagliate.Vogliamo vincere, vogliamo una squadra di campioni, vorremmo conquistare l'Europa. Ma ci piace ancora vincere come squadra, come tifosi e come città. La vittoria sportiva è niente se non si accompagna al sentimento collettivo. E il sentimento collettivo, in quanto tale, non ammette individualismi. Non ammette che si possa insultare chi porta gli stessi colori, non ammette che si possa parlare male della propria squadra in pubblico. Si smadonna, certo che si smadonna, ma lo si fa in silenzio. E un secondo dopo ci si pente. E ci si confessa. E si chiede scusa alla propria fede di aver perso la strada maestra. E si combatte contro il Male, diavolo tentatore, sempre pronto a corromperti. Vorrei che tornassero le barriere del rispetto. Quelle che univano le generazioni. Quelle per cui le giovani avanguardie mai si sarebbero sognate di offendere le donne, le persone anziane o i bambini. E quelle per cui, allo stesso tempo, rendevano gli anziani sempre pronti a scendere in difesa dei giovani, a dare consigli rispettandone l'autonomia, ad aiutare senza giudicare, ad essere autorevoli e non autoritari. Mi piacerebbe rivedere le barriere della solidarietà. Quelle, ad esempio, che ti impedivano di abbandonare gli ultimi o i più deboli. Che fosse un calciatore scarso o un campione in difficoltà o un pischello nel bel mezzo di uno scontro o un vecchio tifoso di tribuna perso in una città ostile o addirittura un ragazzo alla sua prima partita, non faceva alcuna differenza. La mano del più forte era sempre lì, tesa verso l'altro. Erano barriere che proteggevano l'anima pura di una tifoseria. Erano il muro che divideva il Bene dal Male. Erano i tifosi della Roma. E ognuno faceva il proprio mestiere. Come un branco di lupi. L'avete mai visto un branco di lupi?