Come inizio non c'è bene. Che però, paradossalmente, non sempre è un male. Quantomeno a lungo termine. Che lo stento iniziale sia da addebitare al salto da un altro campionato, o che si tratti del passaggio da una squadra di categoria inferiore, gli approcci complicati con la nuova realtà non hanno risparmiato nessuno. Carneadi e fuoriclasse affermati, molti hanno affrontato un rodaggio non semplice.
Patrik Schick non è il primo (e probabilmente non sarà l'ultimo) a subirne il peso. Il lungo decorso post-infortunio; e il gol fallito in pieno recupero della supersfida con la Juventus, hanno già acceso la brace dove ardere il marchio. I dispensatori precoci di giudizi sono già allertati. Ma la fretta è cattiva consigliera. E la storia della Roma è ricca di esempi illustri in tal senso. La stessa storia è stata spesso capovolta durante il percorso, in presenza di indiscutibili talenti. E il ceco lo è, senza alcun dubbio.

Prima di lui, in tanti hanno sofferto un principio di avventura giallorossa non brillantissimo. Perfino colui che tutto ha cambiato non ebbe un battesimo facile. Oggi sembra quasi una bestemmia anche soltanto ricordarlo, ma Paulo Roberto Falcão cominciò la sua prima stagione fra alti e bassi. Perfino accompagnato da qualche mugugno di un pubblico forse abbagliato dal sogno Zico e non ancora rapito dalla grandezza del campione che non cercava numeri a sensazione, ma iniziava a prendere possesso di quella squadra alla quale infondere la propria, gigantesca, personalità. Qualche anno più tardi destino simile toccò a Toninho Cerezo, arrivato a suon di strappi politico-sportivi da parte di Viola, con le stimmate del fuoriclasse. Ma l'ambiente ci mise un po' prima di innamorarsi di quel suo inconfondibile incedere dinoccolato. Non la Sud, sempre al fianco dei giocatori in difficoltà, che gli dedicò uno striscione in brasiliano a voler esorcizzare la saudade: «Vai Nessa Toninho, a Torcida te da na força!». Inizio di uno splendido amore (corrisposto).

Anche Rudi Voeller, approdato in giallorosso qualche anno più tardi, ha dovuto pagare dazio all'ambientamento. Il campionissimo tedesco fu tormentato dagli infortuni e terminò la sua prima stagione romanista con soli tre gol all'attivo in campionato (cinque contando anche i due in Coppa Italia). All'alba del suo secondo anno italiano si parlava con insistenza di una cessione in Germania. Fortunatamente la società non cedette alla tentazione: Rudi diventò il "tedesco volante" e incise il proprio nome fra quello delle leggende della Roma. L'anno successivo toccò a Rizzitelli, arrivato con il timbro di "mister dieci miliardi" e bollato come una delusione quando chiuse la prima stagione con un bottino di due reti. Poi divenne amatissimo a suon di lotte da romanista militante. Un altro attaccante extralusso ha avuto una sorte affine. È storia dei giorni nostri quella di Edin Dzeko, accolto da eroe e insultato dopo pochi mesi. Salvo poi tornare super bomber. Ora tocca a Patrik.