Mentre Petrachi entrava durissimo su Dzeko - al dodicesimo minuto di una conferenza stampa di presentazione che ne è durata 48, appena tre di meno rispetto a quella con cui venne presentato Monchi a Trigoria 26 mesi fa (ma allora c'era l'interprete, quindi ha parlato molto di più Petrachi) - il bosniaco in spiaggia ai 33 gradi del Coral Beach di Dubrovnik posava sorridente al fianco di quello che si presume possa essere tra qualche giorno un suo compagno di squadra, il croato Ivan Perisic. Si vedrà da come evolverà la vicenda Dzeko il saldo tra le (belle) parole del neo ds della Roma e i fatti, che ogni romanista auspica siano conseguenti. Da come si è espresso ieri Petrachi, il 4 luglio sembra essere la data giusta per rinascere.
Vale per lui, che ha chiuso in maniera un po' avventurosa il suo percorso professionale nel Torino di Cairo, e per la Roma che ha vissuto l'ultima stagione calcistica come una lunga, straziante agonia. E quando sembrava che la morte (sportiva) fosse arrivata, ineluttabile con la sentenza calcistica dell'esclusione dalla Champions League e da introiti che valgono un terzo del bilancio, in realtà sono cominciate le vere sofferenze del tifoso giallorosso, con gli addii di De Rossi, di Totti, di Dzeko, di Manolas e i rifiuti di Conte, di Gasperini, infine di Barella. Ma se ha ragione Petrachi forse l'emorragia è finita. Forse si può ripartire. Forse siamo rinati. Il 4 luglio 2019.

Con la mascella volitiva e il piglio deciso, a volte fissando a lungo il vuoto così come il suo predecessore cercava ispirazione nel soffitto, per 48 minuti il nuovo direttore ha (de)scritto il suo manifesto, usando parole mirate che hanno fatto presa sui tifosi: dopo aver salutato il «popolo» granata, ha espresso ammirazione per il gioco di Fonseca e la sua rapidissima «riconquista» della palla, sintomo di una squadra combattiva e pugnace, ha parlato di «grano» per dire dei soldi da portare in cassa, di «dio denaro», di «pseudorifiuti» (il primo dei quali del suo vecchio amico Conte, a cui per questo ha dato quasi dell'arido per non aver condiviso la sua voglia tutta sentimentale di provare a vincere a Roma), ha detto che Roma non è «una succursale» così come per Monchi non era un supermercato, ha parlato di «disciplina e senso di appartenenza» in pratica evocando i mali da cui nacquero tutto gli errori della passata stagione, ha definito «ricatto» quello dell'Inter su Dzeko e confermato che la Roma non si lascia «strozzare», ha ricordato che nessun giocatore deve sentirsi «padrone di questa casa», ha bacchettato Barella, El Shaarawy e suo fratello, Zaniolo e persino trovato il tempo per dire che Baldini per lui è una risorsa, non un ombra. Buona la prima.