Il nuovo sport romano, che a poco a poco sta diventando nazionale, è quello di tirare per la maglietta (perché con la giacca resta difficile vederlo) Daniele De Rossi. Per un po' ci hanno sperato a Genova, poi è toccato a Milano, infine a Firenze, ognuno accarezzava l'idea di vederlo con i propri colori sociali, ognuno col gusto sadico di immaginarlo scendere in campo all'Olimpico contro la Roma, pronto anche ad usarlo come vessillo,in un'epoca dove essere "anti" garantisce molto maggior appeal (e diversi like in più) rispetto ai poveri cristi che si limitano a tifare "per" qualcuno.

E ogni volta che l'ipotesi si appalesava, dalle parti di Roma saliva - ora timido ora più evidente - il disagio per l'idea che davvero Daniele volesse finire la sua carriera portando il suo calcio e i suoi tackles al servizio di qualcuno che non fosse la Roma. E via, nuove tirate per la maglia, tra chi si limitava a chiedergli via social di non farlo, e chi, senza un minimo di ritegno, era pronto a insozzare la bacheca Instagram della moglie nei commenti sotto magari a una foto della figlia.

Poi ci sono quelli che gli consigliano di fregarsene e di giocare per chi vuole, quelli che gli consigliano di cambiare aria e di andare magari in America, quelli che gli consigliano di prendersi bei soldi in Cina, quelli che gli consigliano di vivere davvero una stagione al Boca, quelli che gli consigliano di smettere e concentrarsi sul futuro di allenatore, quelli che gli consigliano di studiare da allenatore ma solo per allenare la Roma, quelli che gli consigliano di studiare da allenatore ma solo per allenare lontano da Roma.

Poi ci sono quelli che commentano qualsiasi ipotesi di decisione: così se smette diventa logico pensare «che aveva ragione la Roma» o che magari «il buco nella cartilagine gli impedisce di giocare»; se gioca in Italia allora «se ne frega della Roma»; se va all'estero allora «se ne frega della famiglia» o magari «non sa prendersi le sue responsabilità da professionista»; se va a Firenze «lo fa per Astori»; se va a Milano «se ne frega di De Falchi»; se va alla Sampdoria «è per ritrovare Totti così insieme poi un giorno si ricomprano la Roma»; se va a fare il vice di Mancini «non ha voglia di fare la gavetta».
E lui? Ascolta i suoi silenzi girando in moto per Roma e magari vedendo a cena i suoi amici veri. Che non lo tirano, non lo giudicano, non gli chiedono. Sanno chi è. Se lo godono per questo.