Non si sono inventati niente. Avevamo provato a sperarci. Nessuna invenzione. Oggi alle quattordici, nel Salone buono dell'amico Coni, Francesco Totti comunicherà al mondo quello che non avremmo mai voluto sentire. Lascerà la Roma, dopo andrà in vacanza, poi sarà un altro giorno, si vedrà. Ce lo avessero raccontato soltanto due mesi fa, avremmo querelato per manifesta cazzata. Invece, è tutto vero, traumatizzante conclusione di un'annata già traumatizzata di suo con quel no grazie a Daniele De Rossi annunciato neppure un mese fa, al termine di una stagione in cui in campo si era fallito anche l'obiettivo minimo. Che altro deve succedere a una tifoseria che non ti lascerà mai sola (guardate il dato diffuso ieri degli abbonamenti) ma oggi è incredula, sballottata, destabilizzata, preoccupata, incazzata?
Vogliamo credere che a via Tolstoj, Trigoria, Boston, Londra, sappiano che niente sarà più come prima. E, paradossalmente, è un dettaglio se sarà meglio (comunque assai complesso perlomeno nel breve periodo) o peggio.

Diverso però sì, sicuramente, rispetto a quello che è stata la Roma nella sua storia, in particolare negli ultimi decenni, ancorata a un senso di appartenenza, in mancanza di trofei, rappresentato dai suoi Capitani, dalle sue bandiere, dai suoi simboli romani e romanisti. Per questa ragione si sarebbero dovuto inventare qualcosa, magari pure non credendoci, di fronte al passo indietro annunciato dal Dieci, arrivato a poche settimane di distanza da un altro distacco lacerante come quello con Daniele De Rossi (i due in questi giorni si sono sentiti). Non può essere sopportabile per un tifoso romanista, in qualsiasi posto del mondo, poter metabolizzare un doppio addio di questa entità. Anche se i due divorzi sono stati profondamente diversi.

Inspiegabile e inconcepibile quello con il Sedici che aveva chiesto semplicemente di giocare un'altra stagione con quella maglia che se la toglieva soltanto per lanciarla ai tifosi. Un no, quello della società che, pur condito dall'offerta di una poltrona da dirigente, è stato insopportabile, scatenando l'unanimità del dissenso della gente con il cuore mezzo giallo e mezzo rosso. Le cose sono andate diversamente con Totti al quale soprattutto l'amministratore delegato Guido Fienga, ha provato a far cambiare idea provando a convincerlo di non fare il passo indietro.

Qui la scelta è stata del Dieci che evidentemente non sopportava più quel ruolo tra uomo sandwich e parafulmine in cui si è sentito relegato dopo due anni di apprendistato da dirigente. Ha preferito farsi da parte, non trovando il consenso di tutti, magari sperando che il passo indietro lo facesse qualcun altro. Eppure la Roma che in questa vicenda ha provato a cambiare la decisione del Dieci, non doveva e poteva permettersi di arrivare al punto di vedersi voltare le spalle dal giocatore più forte della sua storia. Se pensavamo che l'addio a De Rossi fosse già un punto di non ritorno, figuratevi adesso. Perché niente sarà più come prima.