Se c'era da mettere un punto, Pallotta ha provato a metterlo intanto per iscritto, ovviamente in attesa di far seguire i fatti alle parole. Comprensibile il tentativo di avvicinarsi all'anima ferita del tifoso partendo da una posizione raramente assunta in questi anni di altalena romanista, nei quali anche le stagioni comunque positive vivevano sconcertanti blackout durante i quali dalla torre di controllo di Boston si tendeva sempre a scaricare la colpa su qualcun altro. Stavolta Jim, come si è firmato, è partito dal Mea Culpa. Un dio, almeno nella percezione che spesso ha avuto di se stesso, finito nel fango, per una volta senza accusare nessuno della brutta caduta. O meglio, un capro espiatorio messo all'indice c'è anche oggi: si chiama Ramon Monchi, il ds a cui il presidente aveva dato le chiavi della macchina e piena autonomia per decidere viaggio e compagnia da invitare.

Ma prima di scaricare su di lui - comunque inelegantemente - la quasi totalità delle colpe per i mancati risultati di una stagione «disastrosa», ha ammesso comunque che il principale responsabile è stato lui stesso. E il prezzo che ne sta pagando («so che alcuni di voi non prenderanno neanche in considerazione ciò che vi dirò», e ormai sono davvero in tanti a pensarla così) è altissimo. Gli errori di Monchi stanno lì, chiari ed evidenti. Ma l'ineleganza sta nel fatto che troppo spesso in questi mesi abbiamo sentito la favoletta delle decisioni condivise. E se davvero la Roma a livello dirigenziale è stata un blocco unico e coeso, allora dire che è stata solo colpa sua resta una tentazione da cui è facile e comodo farsi ammaliare. Ma inopportuna.
Sia come sia, dopo le parole dovranno seguire i fatti. La Roma delle ultime settimane ci ha fatto vergognare: la gestione tecnica di quest'ultima annata è stata pessima, la gestione societaria delle crisi è stata persino peggio, le scelte spesso inopportune, i tentativi di approccio agli allenatori top o in rampa di lancio hanno sfiorato il ridicolo, e la decisione di lasciare andare De Rossi - che Pallotta ha maldestramente cercato di giustificare con una spiegazione tecnica, dimostrando di non aver ancora capito il succo della questione - ha definitivamente incanalato la contestazione verso il mare aperto del dissenso e, peggio, del disprezzo.

Col rispetto che si deve ad un imprenditore determinato e facoltoso, che insiste lodevolmente e pervicacemente nell'obiettivo di dare a questo club una casa dove edificare ogni sogno sportivo e finanziario, adesso però, tanto per farsi capire anche a Boston, le chiacchiere stanno a ground zero. Ora per recuperare qualche posizione serve in breve tempo l'ufficializzazione di un ds e di un allenatore, magari che non si batta il petto davanti alla Curva Nord, ma che meriti la stima della Sud, e un mercato all'altezza delle ambizioni romaniste. Ma il cuore dei tifosi, beh per quello ci vorrà tempo.