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La rabbia e l’amore

L'addio di De Rossi alla Roma è un evento senza senso. Innaturale. Come una madre che abbandona il proprio figlio

PUBBLICATO DA Fabrizio Pastore
20 Maggio 2019 - 07:53

Se stiamo insieme ci sarà un perché. Ovviamente c'è. E lo abbiamo scoperto ogni sera negli ultimi diciott'anni. È il motivo più bello e insieme banale di ogni incontro fra anime gemelle (e cos'altro sono la Roma e De Rossi?): l'amore. Che resiste al tempo, ne oltrepassa le pieghe, ne sublima i ricordi e li rende immortali.

Se non staremo più insieme, il perché attiene alla metafisica. Per mantenersi eufemistici. Nessuno è riuscito a spiegarlo. A dire il vero nemmeno ci ha provato qualcuno. E che vuoi spiega'? Non i dirigenti che De Rossi ha rivelato di non aver sentito, non quelli che gli hanno comunicato la folle decisione. E neanche chi ha cercato goffamente di tenere il campo in conferenza martedì scorso, mentre il Capitano ogni istante serviva per il cappotto. Da par suo, con eleganza e senza infierire. Sorridendo e tenendo a bada il tumulto interiore. Immenso anche in questo.

Perfino chi era di fronte a porgere domande con voce tremula (primo fra tutti chi scrive) per spiegarsi l'inspiegabile era tramortito, lacerato, catapultato in una dimensione che non pensava potesse esistere. Quella dell'anima romanista strappata. Non da cause di forza maggiore, ma da chi di quell'anima dovrebbe averne fatto un vanto. Invece siamo travolti da un evento senza senso. Innaturale.

Come una madre che abbandona il proprio figlio. Il figlio che l'ha sempre difesa, quello che si è immolato per salvarne l'onore, quello che mai si è vergognato di lei anche quando il mondo le addossava ogni male e ogni colpa. Perfino quando di colpe ne aveva. Il figlio prediletto perché è sempre arrivato in soccorso dei parenti in difficoltà, pure di quelli di passaggio - che quando passi da queste parti diventi sempre uno di famiglia - e quindi da aiutare e sostenere e supportare. Sostegno e supporto. I capisaldi di ogni tifoseria. Perciò questa si è identificata in Daniele come forse in nessun altro.

Lui è stato l'espressione di romanismo più vicina alla nostra in qualsiasi momento: dalle prestazioni sontuose agli errori madornali che lo hanno reso inviso ai moralisti di maniera, ma vicino a chi si sente non divino e in quanto tale fallibile; dalle esultanze sfrenate per gol segnati da altri alle vittorie conseguite anche con lui fuori, perché conta la Roma molto prima che qualsiasi forma di personalismo.

Altro che gettoni di presenza. Lui è stato onnipresente, vicino anche da lontano. Sempre il gruppo prima di se stesso. Perché l'amore non chiede, l'amore dà. E come dovrebbe essere quantificabile una cosa simile? Trovate voi la razionalità in questo concentrato di istinto e passione. Voi che lo avete deciso e avete reciso il cordone, voi che avete appiccicato una maldestra data di scadenza su un sentimento, come se la fine di una storia potesse cancellarlo. Non accadrà.

Quello che è stato annientato da questa scelta scellerata è invece tutto il buono costruito in precedenza (ce n'è stato eccome, anche se ora sembra assurdo). La salvaguardia di un'identità, la vera ricchezza della Roma, quella faticosamente rimessa in piedi e ora abrogata con un colpo di spugna. Il maggior motivo d'orgoglio di ogni romanista, quello che gli altri ci hanno sempre invidiato, spazzato via in un giorno che non vuol saperne di diventare primavera e che grida ancora che fretta c'era, che motivo c'era. Ma non trova risposte. Solo rabbia. E amore.

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