A Roma, ogni qualvolta parte la discussione sull'operato dell'ex ds Walter Sabatini, che per una fazione è quello che ha scoperto Lamela e Marquinhos, per l'altra quello che ha buttato via per Iturbe e Doumbia quei 40 milioni che forse sarebbero bastati per salire l'ultimo scalino,dal secondo al primo posto, c'è chi prova a mettere tutti d'accordo affermando che «il suo capolavoro è stato vendere per 45 milioni Romagnoli e Bertolacci al Milan». Affermazione molto popolare nei migliori bar della Capitale, a prescindere dal fatto che semmai, quella plusvalenza andrebbe ascritta a merito di Bruno Conti, che quei due ragazzi li ha scoperti e portati alla Roma. Romagnoli - che il Milan ha avuto la possibilità di rivendere al Chelsea a un prezzo ben superiore a quello pagato ai giallorossi - non lo rimpiange nessuno per quel selfie in cui esibisce sorridente la maglia della Lazio, rimasto ben nascosto fino a che era sotto contratto con la Roma, Bertolacci neppure. La sua fede giallorossa non è mai stata in discussione - nonostante la parentela acquisita con uno dei migliori talenti dei biancocelesti, Alessandro Murgia, fratello della moglie, Nicole - ma il rendimento sì: se dai 21 ai 24 anni giochi al Genoa, il Milan ti acquista per 20 milioni, e a 26 anni sei di nuovo dalle parti di Via del Campo, qualcosa non è andato come doveva andare.

Gol alla Lazio
«Nei due anni in rossonero mi sono infortunato come mai prima - ha dichiarato tre mesi fa a Sportweek - non avevo mai sofferto di problemi muscolari. Il primo, maledetto, contro la Lazio a Roma, per salvare con un colpo di tacco una palla che stava uscendo in fallo laterale. Avevo fatto gol, stavo giocando alla grande, e dopo mezz'ora mi faccio male in quel modo stupido. Penso: va bene, può capitare, riparto. E invece sono arrivate le ricadute, una dopo l'altra, infortuni in punti diversi, ma sempre ai muscoli. Non sono mai riuscito a trovare continuità». E il Milan lo ha ceduto in prestito gratuito, sperando si rivaluti nella squadra con cui aveva conquistato la Nazionale. Cinque presenze, forse pure un gol, in Bulgaria-Italia 2-2, quando venne schierato da Conte al posto dell'infortunato Marchisio: per l'Almanacco Panini ha 5 presenze senza reti con l'azzurro dei grandi, per il Corriere della Sera il portiere bulgaro «non s'intende con Minev, sul cross di Bertolacci: autorete»,per il sito della Federcalcio il gol è suo.Di certo quella prova («Se Bertolacci stupisce per personalità, Candreva sbaglia molto», sempre l'inviato del Corsera a Sofia) è l'ennesima dimostrazione che nei piedi del centrocampista che si innamorò del calcio guardando Baggio c'era molto più di quello che sta facendo vedere da quella doppia cessione che nel giugno del 2015 sistemò il bilancio della Roma. E del Genoa, perché quando la trattativa venne imbastita era in comproprietà tra i due club, e il ricavato non è certo finito tutto a Trigoria.

Gol alla Juve
La sua storia, intrecciata con quella di Florenzi, amico e coetaneo, compagno di giovanili da quando avevano 11 anni - nella foto sono secondo e quarto da destra, nella fila in basso, il quinto è Crescenzi - è di quelle da raccontare nei settori giovanili, a quelli che non credono abbastanza nella possibilità di crescere e migliorare, sovvertendo con lavoro, fame e cattiveria le gerarchie. Perché ora Florenzi vale quantomeno il doppio di Bertolacci, ma un tempo non era così. Nel terzo fine settimana di febbraio 2011 il ragazzo di Spinaceto segnò alla Juve e quello di Acilia alla Lazio, solo che il primo lo fece in serie A, con la maglia del Lecce, il secondo in Primavera. Florenzi infilò Alessandro Berardi (oggi terzo portiere del Bari), Bertolacci Marco Storari, ma solo perché Buffon era stato espulso in avvio di gara. I due si ritroveranno l'anno dopo, quando, al 40' del secondo tempo, il recordman di presenze della Nazionale italiana si fece togliere palla dall'ex romanista che firmò un clamoroso 1-1 a Torino di un Lecce che pochi mesi prima aveva esonerato Di Francesco, e due settimane dopo sarebbe retrocesso in B. «Scusa Antonio, ho sbagliato. Avrei preferito rompermi i legamenti piuttosto che fare un errore così grossolano», scrisse a mezzanotte Buffon a Conte. Mentre Bertolacci amareggiava in quel modo una leggenda vivente del calcio italiano, Florenzi si riposava, dopo aver giocato Crotone-Cittadella, in serie B. Categoria che l'amico aveva lasciato due anni prima, con la promozione del Lecce di De Canio. Raggiunto a gennaio, convinto che, nonostante l'eccellente rendimento in Primavera, con Spalletti di esordire con la Roma non se ne parlava neppure. E magari sbagliava: due mesi dopo la sua partenza, in un Roma-Juventus 1-4, il tecnico toscano fece debuttare due che giocavano con lui D'Alessandro e Stoian. Era il 21 marzo 2009: Florenzi, classe 1991 come gli altri tre, dovrà aspettare altri due anni abbondanti, il 22 maggio 2011. Il successo segue sentieri misteriosi: chissà se ne parleranno oggi i due amici che giocheranno contro, o se ormai se lo sono detti già sin troppe volte.