"Con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così che abbiamo noi prima di andare a Genova . . .", cantavano Bruno Lauzi e Paolo Conte. "Eppur parenti siamo un po' di quella gente che c'è lì, che in fondo in fondo è come noi, selvatica...", prosegue la canzone. E noi Romanisti, con il capoluogo ligure, abbiamo un legame speciale e indissolubile, che affonda le sue radici fino alle origini della nostra storia. Fu a Genova che giocammo la prima trasferta ufficiale della nostra storia, il 2 ottobre 1927: avevamo quasi quattro mesi, eravamo neonati, e il primo vagito lontano da casa fu contro La Dominante, squadra nata dalla fusione di Sampierdarenese e Andrea Doria, che molti anni dopo diventerà Sampdoria. Allo Stadio del Littorio finì 0-0. Ma è alla Genova rossoblù che la memoria torna volentieri. Non senza una certa tristezza, come quei ricordi che fanno male, ma di cui non riesci a liberarti. Non vuoi liberartene, perché seppur dolorosi, ti ricordano chi sei e da dove vieni. In Liguria i tifosi accompagnarono per la prima volta la Roma lontano dalla capitale: era l'11 gennaio 1931 e per sostenere la squadra, che quell'anno stava rifilando gol a grappoli a tutti (ne aveva fatti quattro al Torino allo Stadio Filadelfia, ne farà cinque alla Juventus a Campo Testaccio), in tanti decisero di seguire Masetti, Bernardini, Volk e compagni nella trasferta. Fu organizzata una vera e propria carovana: il prezzo del viaggio andata e ritorno in terza classe (partenza alle 23.15 del sabato e arrivo alle 9 di domenica) costava novantaquattro lire. Per partecipare, i sostenitori giallorossi potevano recarsi al bar di Attilio Ferraris in via Cola di Rienzo e iscriversi. Contro il Genova (la V non è un refuso: siamo pur sempre in epoca fascista) termina 0-0 in "una partita ostacolata dal vento impetuoso", come scriverà La Stampa del giorno dopo. Il Littoriale parlerà di «duecento supporters (Santo Iddio, su trenta ore di carovana ventuno di viaggio!) che avevano seguito i giallo-rossi a Genova, esprimevano il desiderio di vedere confermate le notizie dei grandi matches giuocati dalla squadra del cuore, lontano dall'amico campo del Testaccio. Ora torneranno a Roma lieti per aver visto di quanta forza sia capace la compagine romana".

La spedizione dei Mille
Salto in avanti di quasi vent'anni. È la stagione più oscura della storia della Roma, quella che si concluderà con la retrocessione. Eppure, è in momenti del genere che ti rendi conto dell'amore dei tifosi giallorossi nei confronti della loro squadra. È quando le cose vanno male, quando tutto sembra andare a rotoli, che capisci chi c'è veramente, sempre e comunque. Chi non ti abbandonerebbe mai, per nessun motivo al mondo, perché il semplice fatto di essere al tuo fianco dà un senso all'esistenza. Siamo alla nona giornata e la squadra capitanata da Tommaso Maestrelli (sì, proprio lui) va a Genova dopo aver raccolto tre miseri punti. Nelle due trasferte precedenti, i giallorossi hanno rimediato sette gol dalla Juventus e sei dall'Inter. Mai sola mai: partono in mille, anzi in Mille. Il loro Giuseppe Garibaldi si chiama Memmo Montanari, capotifoso che a pochi minuti dal fischio d'inizio entra negli spogliatoi e chiede alla squadra il massimo impegno. Gli risponde proprio lui, Maestrelli: «Ti giuro a nome di tutti che moriremo sul campo, piuttosto che uscire sconfitti. Dillo a tutti i tifosi». La squadra allenata da Baloncieri giocherà la migliore partita di quella stagione sciagurata, ma vedrà sfumare la vittoria in extremis a causa del gol dello svedese Nilsson che fisserà il punteggio sul 2-2. Al termine del campionato la Roma retrocederà; con lei,oltre alla Lucchese, anche il Genoa. Ma mentre i giallorossi torneranno subito nel massimo campionato, i liguri inizieranno un su-e-giù tra Serie A e torneo cadetto che sembra essersi concluso solo dieci anni fa.

Gioia tricolore
Sono le 17.44 dell'8 maggio 1983 e tutt'intorno al perimetro di gioco dello Stadio "Luigi Ferraris" le migliaia di romanisti premono e si trattengono l'uno con l'altro. Vogliono entrare in campo, qualcuno oltrepassa lalinea biancadi fondocampo e viene subito tirato indietro dagli altri. Stanno aspettando da quarantuno anni, una vita intera. Stanno aspettando il verdetto che già da una settimana, da quel Roma-Avellino del 1° maggio, è diventato matematica: con un pareggio contro il Genoa, siamo Campioni d'Italia. Il punteggio è fissato sull'1-1 già dal primo tempo, gol di Pruzzo e di Fiorini. Quando il signor D'Elia di Salerno porta il fischietto alle labbra, una fiumana di persone rompe gli argini e invade il campo, correndo di qua e di là, senza una direzione ben precisa. Corsa di gioia, quindi fine a se stessa. Nils Liedholm non fa in tempo ad allontanarsi dalla panchina, viene circondato, abbracciato e portato in trionfo da Geppo e gli altri. Lo baciano come un figlio bacerebbe il padre. I giocatori scappano, ma molti di loro non riescono a sfuggire alla travolgente euforia che per quattro decenni è stata repressa. Ora può esplodere, ora esplode e niente potrebbe trattenerla. E stavolta mica è vero che «Genova ha i giorni tutti uguali», questo è unico e indimenticabile, è uno di quei giorni che chi c'era ancora racconta con gli occhi lucidi e la voce che si spezza per il magone. È l'8 maggio 1983 e la Roma è Campione d'Italia per la seconda volta nella sua storia. E magari quelli che spesero 94 lire nel 1931 per andare in Liguria ora non ci sono più, ma sembrano lì, come pure i Mille che seguirono il loro amore nel momento più buio. Perché in momenti del genere tempo e spazio si annullano, presente e passato si piegano e coincidono. A Genova quel giorno il cielo è grigio, ma dove ci sono il giallo e il rosso splende sempre il sole.