Arrivato nell'estate del 2007 per sostituire Christian Chivu, Juan Silveira dos Santos è stato sicuramente uno dei difensori più completi ed eleganti a vestire la maglia della Roma. Cresciuto in uno dei settori giovanili più importanti al mondo ("Il Flamengo i talenti se li costruisce in casa", recita un vecchio adagio brasiliano), il trentottenne di Rio de Janeiro ha sin da subito messo in mostra un'alchimia equilibrata tra classe e personalità, incarnata alla perfezione dalla sua prima rete in giallorosso: un colpo di tacco su assist di Francesco Totti contro la Reggina, alla terza giornata del suo primo campionato romanista (era il 16 settembre del 2007, il 23 ottobre trovò anche il gol in Champions contro lo Sporting Lisbona). Totti-Juan, un asse vincente che fece sognare l'Olimpico anche un anno e mezzo dopo, in quel maledetto Roma-Arsenal che meritava un epilogo migliore, un finale epico degno di una partita eroica e fortemente romanista. A distanza di qualche anno quel legame prosegue ancora, almeno a livello ideale. Nella notte tra giovedì e venerdì, Juan ha deciso di emulare il suo ex Capitano nella semifinale di andata di Coppa Sudamericana. Sotto per 1-0 in casa, al 76' il Flamengo si è risollevato grazie al colpo di testa in tuffo dell'ex difensore giallorosso, beniamino indiscusso di un Maracanã festante per il 2-1 finale. Essere fondamentali per la propria squadra alla soglia dei 40 anni: questa si chiama grandezza.

Segnare un gol decisivo davanti alla propria tifoseria a pochi minuti dalla fine e in una partita così importante: che emozione ha provato?
«È stato molto emozionante perché fino a quel momento non riuscivamo a pareggiare la partita. Ho potuto dare il mio contributo alla squadra in una situazione così difficile e questo mi ha reso molto felice».

Siete arrivati in semifinale battendo il Fluminense ai quarti, grazie ad una splendida rimonta. Due partite emozionanti e tese: sono stati i derby più difficili che ha affrontato in carriera?
«Tra i più importanti, su questo non ci sono dubbi. Il problema è che qui in Brasile abbiamo davvero troppi derby (sorride, ndi). Oltre a quello con il Fluminense, a Rio de Janeiro ci sono anche quelli contro il Botafogo e contro il Vasco da Gama. Considerate che contro il Fluminense quest'anno abbiamo giocato ben otto volte. Ogni partita è un po' speciale. Recuperare dall'1-3 al 3-3 e qualificarsi è stata comunque una grande emozione».

A proposito di derby, oltre a quelli di Rio ha disputato anche quello contro il Gremio con la maglia dell'Internacional de Porto Alegre. Quale partita le ricorda di più Roma-Lazio?
«Senza dubbio Internacional-Gremio è il derby più simile a Roma-Lazio, perché la rivalità cittadina è solamente tra due squadre, a differenza delle altre grandi città brasiliane. È un derby molto sentito e pesante a livello emozionale. C'è una grande rivalità tra le due tifoserie».

La scorsa settimana la Roma ha battuto la Lazio per 2-1. Segue ancora la squadra giallorossa? Ha visto la partita?
«Ho visto solo il secondo tempo».

Complimenti, ha portato veramente fortuna. Cosa ne pensa di questa Roma?
«Negli ultimi tre o quattro anni la Roma è sempre stata una squadra molto forte. Prima c'era la Juventus che dominava tutte le stagioni, ma penso che questo campionato sia veramente più equilibrato e che i giallorossi abbiano la possibilità di vincere lo Scudetto. Ci sono varie squadre forti e i bianconeri possono perdere punti per strada, come già sta succedendo. Se la Roma riesce a fare una stagione continua e a non fare passi falsi contro le piccole, può arrivare lontano».

Qui a Roma ha giocato e conosciuto due grandi capitani come Daniele De Rossi e Francesco Totti. Che ricordo ha di loro?
«Ho il ricordo più bello possibile sia come calciatori, sia come uomini. Come giocatori tutti sanno quanto valgono e la loro grandezza è fuori discussione, sotto il profilo umano devo dire che sono veramente due grandi persone».

Francesco Totti si è ritirato alla fine della scorsa stagione a 40 anni. Il suo contratto scade a dicembre, ha già preso una decisione sul futuro? Ha già parlato con il Flamengo?
«Ancora non ho rinnovato il contratto, ma già abbiamo parlato con la società. Ho una forte identificazione con questa squadra, perché ci ho giocato sin da bambino. Tutti mi conoscono qui e credo che non ci siano problemi. Adesso però ci sono argomenti molto più importanti da affrontare: la Coppa Sudamericana e il campionato, dove siamo in corsa per un posto in Coppa Libertadores. Sono questi gli obiettivi più importanti ora».

Rimanendo in ambito Roma, lei era all'Internacional de Porto Alegre quando Alisson ha esordito in prima squadra. Si intuiva già che sarebbe diventato un grande portiere? Sapeva già guidare la difesa?
«Quando sono arrivato all'Inter, lui già si allenava spesso con noi e ho subito notato che era un portiere diverso da tutti gli altri e che aveva delle grandi potenzialità. Quando ha iniziato a giocare da titolare ha sorpreso tutti perché con molta personalità è riuscito a fare esplodere abbastanza in fretta tutto il suo potenziale. Anche se era giovane, giocava già con una personalità fuori dal comune. Lui ha fatto un percorso molto importante nel settore giovanile del club e nelle nazionali minori del Brasile. È stato sempre considerato un nome importante e tutti si aspettavano che sarebbe diventato il giocatore importante di oggi e il titolare della Seleçao».

Molti difensori brasiliani hanno fatto le fortune di diverse squadre europee. C'è un suo collega di reparto che secondo lei è già pronto per approdare nel Vecchio Continente?
«Dico un nome su tutti: Rodrigo Caio. È un calciatore già pronto per affrontare un'avventura europea o italiana. Ha vinto le Olimpiadi e già da tanti anni è titolare fisso di una squadra storica e importante come il San Paolo. Stiamo parlando di un calciatore molto intelligente tatticamente e molto tecnico, perché è nato centrocampista e solo successivamente è stato spostato in difesa. Per questo motivo, secondo me ha tutte le caratteristiche giuste per poter giocare in Europa».