Sono le 15.59 di martedì 5 marzo, domani c'è Porto-Roma e il tweet che associa Robin Olsen a un ragazzo affetto da sindrome di down è ancora lì. E' stato pubblicato alle 10.11 di stamattina e ha ottenuto finora 93 "mi piace", 34 retweet e 111 risposte (sdegnate).

Un utente di Twitter, ovviamente anonimo, ma seguito da 1.600 persone, ha usato l'espediente di immaginare la formazione della Roma di Paulo Sousa solo per poter equiparare Olsen a un down. Non è stato citato non per tutela, ma perché nel suo nickname appare il nome di un giocatore della Roma.

Chi segue pagine e gruppi di meme sui social sa che si tratta solo dell'ultima ed ennesima riproposizione di un genere - ormai lo è - tristemente banale: quello di associare i giocatori delle cui prestazioni non si è soddisfatti a immagini di persone affette da disabilità.

Restando in ambito "romanista" (tra mille virgolette), in principio fu "Edin Cieco", un insulto ai tifosi non vedenti che ogni domenica vanno allo stadio (e quanto sono romanisti, loro). Poi l'infimo scherzetto è toccato a ad altri giocatori: chi affetto da sindrome di down, chi munito di permesso per disabili, chi beneficiario della legge 104.

Delle manifestazioni che non sono solo degenerazioni un po' scadenti della tradizionale invettiva del pubblico verso il calciatore. La leggenda metropolitana del tifoso che a Trigoria chiese l'autografo a Cesar Gomez ha fatto sorridere tutti: è un meme vincente, perché senza dirlo, dice al calciatore: "Ma te, chi sei?".

I meme sulla disabilità, invece, nati forse dall'ebbrezza di varcare con un file .jpg i confini dell'etica sul web, si scontrano sul muro della banalità, della stupidità, della cattiveria. Non sono neanche politicamente scorretti. Fanno solo schifo. Anche perché l'odio verso il debole, oggi più che mai, è un concetto politicamente in voga. Spaventosamente banale.

"Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere, e chi rifiuta di essere scandalizzato è un moralista", disse Pasolini. Ma i meme sulla disabilità non scandalizzano: annoiano, intristiscono, stancano. Non fanno neanche ridere perché sono di scarsa qualità. "Low quality meme", si dice in gergo di quelli graficamente poco riusciti. "Low quality meme" è un marchio che andrebbe applicato anche a quelli poco riusciti nell'idea.

Che il problema, poi, non sta tanto in chi li crea: magari è sempre la stessa persona, magari manco è tifoso della Roma. Più preoccupante di chi li crea, è chi li apprezza e condivide. E se sul web la comicità applicata al calcio ha bisogno di questi sfoghi, vuol dire che a essere basso è anche il livello del pubblico. Basso e banale. Spaventosamente banale.