Nel corso di questi mesi mi è capitato diverse volte di dire che Tonino Cagnucci non è (era) il direttore migliore per Il Romanista, ma l'unico direttore possibile. Ora l'ho scritto. Non ho cambiato idea neanche adesso che Tonino mi/ci ha comunicato che per motivi di opportunità, che lui stesso ha spiegato ieri, ritiene corretto lasciare la direzione del quotidiano per cui entrambi abbiamo cominciato a lavorare sin dal giorno della gestazione, 10 settembre 2004. Tonino dunque ha lasciato la direzione, ma continuerà a collaborare con Il Romanista e dunque resterà in famiglia. Io poi gli ho chiesto personalmente di mettere a disposizione, all'interno del perimetro della collaborazione, anche la sua insuperabile anima romanista, la stessa che ha illuminato me e tutti gli altri ragazzi ogni giorno in questi anni, soprattutto quando non era facile orientarsi, un faro nel buio di certi risultati storti o di decisioni tecniche, finanziarie e/o societarie su cui anche all'interno della redazione rischiavamo di dividerci. La sintesi migliore la trovava sempre lui e non ho certo intenzione di rinunciare a questo contributo.

Per quanto mi riguarda mi farò volentieri questo turno di timone alla guida del giornale senza assecondare alcuna vanità personale e cercando di fare meno danni possibile. Se oggi Il Romanista ha bisogno di questo, che prevalga lo spirito di servizio. C'è un motto secondo il quale "ogni giornalista passa la prima metà della propria carriera a scrivere di cose di cui non sa, e la seconda metà a non scrivere di cose di cui è venuto a conoscenza". Non l'ho mai condiviso. Io ho cominciato a scrivere per un quotidiano (era Il Tempo) il 10 settembre del 1988, non avevo ancora 22 anni, ma sin dal primo giorno ho cercato di conoscere le cose per poterle raccontare nella maniera più completa e obiettiva possibile. E continuo a farlo oggi. Il primo articolo si intitolava "Il futuro nel pallone" ed era un'inchiesta sulle scuole calcio di Roma. Chissà se tra le righe del pezzo si nascondeva qualche stupidaggine, ma vedendolo pubblicato il giorno dopo mi convinsi davvero che avevo risolto un problema sociale: da quel giorno, ogni genitore intenzionato a mandare il proprio figlio presso una scuola calcio, avrebbe avuto grazie a me un preziosissimo strumento per prendere la decisione migliore. Ecco, rispetto ad allora è cresciuta solo un po' di disillusione. Ho capito presto che il mondo sarebbe andato avanti anche nei giorni in cui non c'era un mio pezzo pubblicato da qualche parte. Ma esattamente come allora, cerco di scegliere con attenzione ogni singola parola di ogni articolo per quel senso di responsabilità nei confronti dei lettori che anima me e ogni giornalista che scrive per questa testata. Soprattutto da quando i nostri editori sono gli stessi tifosi della Roma. Per chi non lo sapesse, infatti, a partire dal 1 dicembre 2020 abbiamo aperto a chiunque volesse farne parte l'azionariato della società editrice del Romanista. Sono stati 14 i soci fondatori, quelli che in qualche modo io considero le mamme e i papà del nuovo Romanista, e in breve tempo siamo diventati 20, poi 30, ora 40, anzi 41 con l'ultimo arrivato, giusto pochi giorni fa. E l'elenco è pronto per essere arricchito. Vogliamo arrivare a 100, a 1000. Scrivetemi e vi spiegherò come si fa.

Intanto però è solo per noi realtà un altro ipocrita (e stra-abusato) slogan nella nostra categoria: "I nostri unici padroni sono i lettori". Stupidaggini. I padroni dei giornali sono gli editori che spesso piegano ai loro interessi i loro direttori, e di conseguenza capiredattori, capiservizi, redattori e collaboratori. Potremmo fare tanti esempi diversi, le cronache anche quotidiane sono piene di spunti a cui appigliarsi. Ma evitiamo, fermandoci ad osservare le cose di casa nostra. Per come è concepita oggi la nostra testata, non può esistere un editore che possa utilizzare il nostro giornale per una sua battaglia personale, sia essa contro un dirigente, un presidente, un allenatore, o magari un sindaco per posizionare meglio il progetto di un nuovo stadio. La linea editoriale del nostro giornale è quella dei tifosi: la Roma viene prima di tutto. Lo sanno bene tutti quelli che ci leggono, impareranno presto tutti quelli che lo faranno in futuro. Oggi Il Romanista è una realtà che spazia dai lettori del quotidiano agli utenti dei nostri account social (i numeri li ha fatti ieri Tonino, e sono in costante aumento), dalle aziende che investono sulla nostra capacità di raggiungere questo vasto e fedele popolo di tifosi/lettori al ricco parterre di soci che ogni giorno diffonde e rilancia il nostro verbo. Siamo un popolo stanco di "subire" un certo tipo di comunicazione a fazioni, figlia di vecchie spartizioni e logiche antistoriche, e che vorrebbe ritrovarsi a discutere sotto un'unica bandiera a due colori. Non siamo di proprietà della Roma, questo è ormai chiaro a tutti (anche a quelli che sparlottavano sul tema), anzi in qualche modo la Roma è di proprietà nostra. Non la società amministrata l'altro ieri dai Sensi, ieri da Pallotta e oggi dai Friedkin, ma quella ben più prospera del sodalizio rappresentato da uno stemma con la lupa e l'acronimo ASR. Quello stemma in fondo è nostro e di quello parliamo ogni giorno. Seguiteci. Un'altra comunicazione è possibile.