Se si ha voglia di studiare, prima che di sentenziare, non si può ignorare la lezione che anche in queste sere è arrivata dall'Europa. La Champions League è davvero una brutta bestiolina, se non la si affronta con le armi giuste. E nessuno più di noi romanisti può vantare un'esperienza specifica migliore, nonostante il nostro curriculum decisamente più corto rispetto a quello di altre grandi del nostro calcio. Ma mai nessuno come noi se n'è imbevuto di gloria per poi avvamparne con la stessa magnifica e avvilente intensità, nel fuoco fatuo della nostra disillusione . Chi può vantare una finale di Coppa dei Campioni in casa alla prima partecipazione e chi può invece avere come maggior incubo della vita una finale in casa alla prima partecipazione persa ai rigori? Quella magnifica squadra era sofisticata e fragile come spesso è accaduto alla Roma negli anni migliori della sua storia. Rischiò di perdersi a Dundee, prima di farsene leggenda. Un po' come quella di questi mesi. Una squadra capace di vivere la massima esperienza estatica possibile (distruggere il Barcellona di Messi ai quarti di finale sul suo stesso habitat, inchiodandola nella sua metà campo) per poi venir presa a pallate in trenta terribili minuti di semifinale, salvo poi reagire e rimettere tutto in discussione nei successivi centoventi, segnando sei gol e sfiorandone un altro, quello decisivo, negato solo da un arbitro disattento, all'ultima stagione senza la Var.

A proposito, senza la Var la Juventus a Madrid avrebbe conosciuto l'altra sera la più grande disfatta della sua storia, non tanto (o non solo) per la dimensione numerica del risultato che sarebbe maturato (4-0), quanto per il brusco risveglio dall'illusione che basti un giocatore da strapagare per superare il tabù che invece deriva da una ancestrale incapacità di produrre un gioco offensivo realmente efficace. Non può essere un caso se l'unica squadra in Europa ad avere un rapporto così sconveniente tra le vittorie indigene e quelle internazionali sia proprio la Juventus. Bayern Monaco, Real Madrid, Barcellona, persino il Milan, Inter, Ajax e diverse inglesi quando sono state imbattibili nel loro paese lo sono state per tutti anche in Europa. La Juventus no. E per cambiare il senso a questa storia (che un senso proprio già ce l'ha) ha pensato di svenarsi per acquistare un solo giocatore, di 34 anni. Un fenomeno, sia chiaro, ma che non basta a rendere fenomenale una squadra. E se la Juventus dovesse lasciare la Champions agli ottavi, il ricasco finanziario oltre che sportivo sulla scelta si rivelerebbe disastroso.

Problemi loro. Di Francesco sembra aver capito più (e meglio) di tutti che per fare strada a livello internazionale devi mascherare le tue (innegabili) fragilità aumentando la dose di coraggio. Anche così preparerà la difficilissima sfida di Oporto. E mentre Guardiola dice che il suo City plurimilionario non ha ancora le qualità per far bene in Champions, noi arriviamo al ritorno degli ottavi con tante speranze. L'Europa insegna. Basta saperla ascoltare.