Biglietti nominali. Tornelli, tessere, controtessere. Telecamere superzoom con riconoscimento facciale. Sono alcuni degli strumenti implementati nel corso degli anni allo scopo, secondo chi li ha imposti, di aumentare la sicurezza nel calcio permettendo l'estrema riconoscibilità di ogni persona dentro e fuori lo stadio. Situazioni violente e tragiche come gli scontri di mercoledì sera a Milano sono proprio quelle in cui andrebbero usati per individuare chi ha commesso reati penali in occasioni di partite di calcio. Tuttavia, sono proprio le istituzioni che li hanno voluti, quando succedono fatti di una portata così grave, a mettere in secondo piano l'aspetto individuale e ad applicare la logica del "punirne cento per educarne uno". Una linea molto mediatica e poco risolutiva, volta a soddisfare l'opinione pubblica risvegliata, in questo caso, dall'orrendo epilogo dei fatti di San Siro.

Non si capisce, o non si vuole capire, che chiudere curve, vietare trasferte e fermare campionati significa contribuire alla spettacolarizzazione della violenza grazie all'uso di strumenti eccezionali, quando invece basterebbero quelli normali messi a disposizione dalle leggi in vigore. Applicati secondo il sacrosanto principio della responsabilità individuale. Ma quando il calcio sconfina nella cronaca nera trionfano il "ve l'avevo detto", il fare di tutta l'erba un fascio e il piacere masochista di affermare che "solo da noi", che "questo calcio è malato", che "andrebbe chiuso tutto".

Chi si sporca le mani col fango del pallone sa però che il "chiudere tutto" non porterà mai (e non ha mai portato) a nulla. Chi si sporca le mani col fango del pallone sa che la medicina migliore in questi casi sarebbe la normalità: individuazione di chi ha commesso reati, processo secondo la procedura penale ed eventuale punizione individuale secondo le norme vigenti. Ha senso un solo forte atto dimostrativo: il regolare svolgimento del campionato e delle trasferte per rivendicare che quei fatti no, non sono il calcio.

Senza arrivare a tristi paragoni con la finale di Libertadores, chiunque capisce che quando si rinuncia a un evento sportivo (o a una sua parte fondamentale, come la presenza del pubblico) per via dell'incapacità di gestire la situazione è una sconfitta di tutto il movimento calcistico e soprattutto di chi lo governa. È nascondere il problema invece che affrontarlo, come vietare l'alcol nei quartieri della movida notturna perché altrimenti succedono i casini.

Paesi meno ipocriti hanno capito che funziona al contrario: educarne cento e punirne uno, se serve. In Germania i biglietti costano poco, gli stadi sono pieni, la birra scorre a fiumi e la situazione è sotto controllo. Andare allo stadio è divertente e sicuro. Le presenze record sugli spalti e gli altissimi ricavi da ticketing dicono che quel modello è giusto e che gli altri o sono sbagliati o quantomeno non fanno l'interesse dei tifosi. Incluso quello inglese, che ha prosciugato le tasche dei supporters allontanando, assieme ai violenti, anche la parte più passionale di quasi tutte le tifoserie.

Intanto, i tifosi all'Olimpico continuano a ricevere multe per aver guardato la partita all'ingresso del settore o per aver esposto uno striscione, sanzionati grazie a quegli strumenti che dovrebbero servire a individuare i responsabili di atti criminali. Gli impianti cascano a pezzi e non sono pensati per chi li vive, ma guai a provare a costruirne uno nuovo. Il calcio italiano è stato trasformato in un prodotto meramente televisivo, calpestando quello che era il suo elemento centrale: la partecipazione di tifosi e appassionati al momento della partita come festa popolare.

Ripensare la cultura del calcio in Italia dovrebbe partire da qui, dall'esperienza che vive ogni persona quando va a tifare per la propria squadra. Dalle cose semplici, quelle che interessano davvero: il prezzo del biglietto, il parcheggio, la visuale buona, l'accessibilità, il diritto di tifare la propria squadra. Perché la violenza si estirpa con la presenza, e non con l'assenza, dei tifosi allo stadio.