Il gol di Falcao al Colonia. Quello di Totti a Madrid, di Manolas al Barcellona, di Roberto Pruzzo a Genova per lo scudetto, quello da opportunista di Paolo Negro, Voeller al Broendby, quello romantico di Cerezo alla Sampdoria e potrei andare avanti perché di reti - e boati - indimenticabili ne abbiamo molti nella nostra storia. Eppure, se dovessi cercare di spiegare a qualcuno cos'è la Roma, probabilmente farei a meno di ogni gesto tecnico per raccontargli, invece, di cosa i suoi tifosi sono capaci di fare per lei, di quello che ognuno di noi è in grado di scalare, correre, rincorrere, inventare e farsi carico pur di non rinunciare - mai - ad assistere ad una sua partita. Come lo chiami tutto questo? Sport? No. Lo sport, quello da vedere, non ti porterebbe mai a nulla di tutto questo. Il calcio, nello specifico, nemmeno. Stiamo parlando di un'altra cosa, di quella cosa per la quale la parola "sacrificio" perde la sua connotazione negativa per acquisire, invece, quella più nobile di esigenza.

Già: andare a vedere la Roma, per noi tifosi, è un'esigenza. E di episodi, aneddoti e circostanze potrei raccontarvene centinaia così come, al contrario, ognuno di voi a me: rideremmo insieme, capendoci. Perché sappiamo. E sappiamo, anche, che chi ci guarda da fuori – a noi e ai nostri salti mortali – assume sempre quel sorrisetto ironico di chi pensa d'aver capito tutto senza aver capito nulla. Stronzate. Sapete che c'è? C'è che il problema è il loro: sono loro, infatti, che stanno facendo a meno della Roma e, a cascata, di tutte le emozioni e gli stati d'animo che questa crea. Qualcosa di inspiegabile solo per quelli che hanno fatto a cazzotti con le parole e, pure, con i sentimenti: il modo in cui vivi la Roma – più cresco e più ne sono convinto – è lo stesso con cui vivi la vita, gli affetti. E mi viene in mente, allora, mio zio Fausto, che questa squadra la segue fin da quando era bambino e che tra le sue storie, spesso, cita quella risalente al marzo del 1964: giallorossi di scena all'Olimpico contro il Bologna capolista e lui, dopo un bruttissimo incidente in auto, ricoverato all'Ospedale con diverse fratture, gessi, dolori e problemi. Quello più grande di problema, però, per lui era solamente di riuscire ad escogitare un modo per eludere il controllo degli infermieri e poter fuggire tre ore per andare allo stadio, tifare e poi tornare indietro.

«Qualcuno ha visto il paziente Giacometti?!?» Se lo saranno chiesti tutti…Fino a che, riaccompagnato dallo stesso amico che prima era andato a prenderlo, fu lui stesso – con aria sorniona – a rispondere a quella domanda: «Ero andato a prendere un po' d'aria». Quell'aria...si chiama Roma.