L'uomo in esilio ha i capelli da ragazzo, il sorriso ingenuo, gli occhi gentili, la voce malinconica di chi si è confrontato anche con la sofferenza. L'uomo in esilio ha soggiornato quattro anni a Firenze, un paio a Genova, dall'estate scorsa si è trasferito a Udine, in una sorta di progressivo allontanamento dalla sua Roma. L'uomo in esilio è Daniele Pradè, romano e tifoso romanista, cosa di cui non ha mai fatto mistero, come si conviene alle persone oneste. Undici anni dirigente nella sua Roma, l'ultimo a vincere qualcosa con i colori giallorossi, uno scudetto, due coppa Italia, una Supercoppa italiana e, in più, un altro paio di scudetti che, di riffa o di raffa, sono finiti cuciti su un'altra maglia. L'uomo in esilio sabato prossimo sfiderà la sua Roma, la partita della sofferenza per lui, anche se ora dice che non è più quella delle prime volte.

Daniele dove la vedrai sabato la partita?
«Nel mio solito posto alla Dacia Arena, appartato, da solo, in piedi, sperando che l'Udinese vinca».

Faccio fatica a credere che tu speri in una sconfitta della Roma.
«È così. Il lavoro è una cosa, il cuore un'altra. Non ho mai nascosto di amare la Roma, ma a noi servono i tre punti. E poi rispetto a qualche anno fa, quando affronto la Roma non c'è più la sofferenza delle prime volte».

Faccio fatica pure qui.
«Ma guarda il motivo è semplice. Le prime volte che mi sono trovato di fronte la Roma da avversaria, era davvero una sofferenza, del resto quella era in buona parte la mia Roma. Adesso non più. È rimasto soltanto De Rossi».

Te la ricordi la prima volta contro la Roma?
«Benissimo. Con la Fiorentina. Mi sembrava un film. Mi sentivo dilaniato. Confesso: quel giorno guardai la Roma, non la Fiorentina, del resto certi colori te li porti dentro per tutta la vita».

Ora non sei più dilaniato.
«No. La Roma adesso voglio batterla, poi faccio il tifo perché vinca le altre trentasei».

Sabato che partita sarà?
«Fisica, tra due squadre che entrambe vorranno vincere. Noi abbiamo bisogno di punti, abbiamo cambiato allenatore con la consapevolezza che questa Udinese sia più forte dei punti che ha in classifica».

Lo spagnolo Velazquez è stato un errore?
«No. Anche se i fatti potrebbero dimostrare il contrario. È un allenatore preparatissimo, sono sicuro che farà una grande carriera, ma forse ha dovuto fare i conti con un campionato e un calcio che non conosceva a sufficienza».

Per questo avete preso Nicola?
«Sì. A Crotone ha fatto un grande lavoro, penso sia l'uomo giusto per noi».

L'uomo giusto per l'Udinese. E Di Francesco lo è per la Roma?
«Mi piace tantissimo. Non dimenticare che lo richiamai alla Roma per fare il team manager. E pensare che dopo il ritiro se ne voleva andare».

Come se ne voleva andare?
«Venne da me e mi disse che fare il team manager non lo interessava, era un lavoro che non lo coinvolgeva, voleva fare l'allenatore. Gli risposi che aveva preso un impegno e doveva rispettarlo. Così fece. E credo che quella stagione da team manager gli sia poi stata utilissima nel prosieguo della sua carriera. Oggi è un allenatore che ha un grande futuro».

Con lui anche la Roma?
«Credo di sì. È una squadra importante, da Champions, ma soprattutto considerando l'età e i margini di miglioramento di alcuni ragazzi che ha acquistato, in futuro potrà fare grandissime cose».

A Roma chiuderebbero il concetto dicendo: se non li vendono.
«Prossima domanda, grazie».

Oggi che rapporti hai con la dirigenza della Roma?
«Ottimi. Ho grandissima stima in tutta la dirigenza, a cominciare dal direttore generale Mauro Baldissoni».

E su Monchi che idea ti sei fatto?
«Prima di tutto è un amico. Per il resto credo che la risposta sia nella sua storia. A Siviglia ha vinto tantissimo».

Ti ha chiesto qualche giocatore per la Roma?
«Per ora no. Eppure l'Udinese ne ha più di qualcuno che potrebbe fare bene anche alla Roma».

Fofana, De Paul, Barak?
«Sì. Sono tre prospetti interessantissimi. Fofana è un giocatore che in Premier può valere almeno cinquanta milioni di euro. De Paul è un talento vero e Barak il meglio lo deve ancora far vedere».

Che impressione ti fa Totti dirigente?
«Io lo vedo ancora calciatore per certi versi. Vuoi sapere una cosa?».

Pure due, Daniele.
«Quando ha smesso con la Roma, lo chiamai offrendogli un contratto da calciatore con la Sampdoria. Mi ha detto che per una settimana non ci ha dormito, è stato tentato poi alla fine ha preferito dire di no. E adesso vuoi sapere pure la seconda?».

Come faccio a dirti di no?
«Pure quest'anno gli ho fatto capire che se voleva poteva venire a Udine per tornare a prendere a calci un pallone. Perché quel pallone è la cosa che gli piace di più e a prenderlo a calci ce ne sono stati pochi come lui nella storia del calcio».

La risposta è stata la stessa.
«Ma lo sapevo, è stato più un gioco che un'ipotesi concreta».

Non mi hai ancora risposto sul Totti dirigente.
«Ha bisogno di tempo per capire bene le dinamiche del calcio fuori dal campo, non crediate che sia una cosa semplice. Di una cosa però sono sicuro: sarà un grande dirigente solo se sarà coinvolto, sollecitato, stimolato. Se sarà così, diventerà un top dirigente come è stato un top calciatore».

Mi pare che per te Totti sia stato più di un calciatore.
«Sì. Un fratello minore. Con lui c'è stato un rapporto simbiotico che prosegue ancora oggi. Non ti nascondo che mi piacerebbe tantissimo tornare a lavorare con lui».

Alla Roma?
«Prossima domanda, grazie».

Ci racconti allora come andò quando Totti diventò azionista della Roma?
«Semplice. Era in corso l'aumento del capitale sociale, non credo di scoprire l'acqua dicendo che la società aveva bisogno di cash. E il Capitano si presentò. Acquistò non ricordo quante azioni, comunque per parecchi soldi e poi per diversi mesi non prese lo stipendio. Un altro così non ci sarà più. Meraviglioso».

C'è qualche altro giocatore della tua Roma con cui hai ancora rapporti?
«Quasi con tutti. Un altro fantastico, è Daniele De Rossi. Ragazzo con una testa come ce ne sono poche nel mondo del calcio, con lui si parlava di tutto, non solo di calcio. L'ho visto crescere, per me è come un figlio. E con me ha cominciato a guadagnare per quello che meritava».

Che vuoi dire?
«Rispondo con un fatto: quando Daniele ha esordito nel 2004 con la maglia della Nazionale a Palermo contro la Norvegia, guadagnava sessantamila euro l'anno. Dopo con me ha firmato tre rinnovi andando a guadagnare quello che meritava. E poi gli feci prendere anche il premio scudetto».

Come il premio scudetto?
«Il presidente Sensi per quello scudetto regalò a tutti i giocatori una Classe A. A tutti meno che a Daniele che era ancora un ragazzino ma mi pare che in quella stagione disputò una partita in coppa Italia. Allora lo convinsi a prenderne un'altra per Daniele. Gli andò pure meglio perché la sua aveva più optional di quella avuta dagli altri»