L'agenda del cuore impone sempre la Roma, ma oggi anche quella normale. Proprio nel bel (brutto?) mezzo del mercato, prossimi a una definizione grossa, grossa qual è la cessione di Dzeko e l'acquisto di Milik, a tre settimane soltanto dalla fine di una stagione che non sarebbe dovuta nemmeno ricominciare, a un mese da un cambio storico di proprietà, semplicemente gioca la Roma.

E allora (chi ne avesse bisogno) recuperi facilmente la bussola in questo Nord-Sud-Ovest-fiera dell'Est di chiacchiere, piagnistei, sogni o rassegnazioni. Dzeko, Milik o Pruzzo, Friedkin, Pallotta o Marchini, Mascetti, Fienga o Baldissoni, pre o post Covid, con o senza tifosi (questa personalmente è l'unica cosa difficile da accettare) gioca la Roma. Conta la Roma. Scende in campo la Roma. Riscende in campo la Roma. Si accendano i riflettori, sia quelli virtuali, metaforici, sia quelli effettivi, ci si focalizzi sull'unica cosa che se sei tifoso "tutto move": la Roma. Stasera inizia il campionato a Verona in una partita che è sempre stata per definizione romantica (col Verona l'ultima di Ago, di Pruzzo, di Tancredi, l'ultimo gol di Bruno Conti, soprattutto l'ultima partita del muretto della Curva Sud prima dell'abbattimento per i Mondiali del '90: basta?) sarà che da queste parti Shakespeare c'ha ambientato una storia d'amore piuttosto in voga, sarà che qui Dzeko (convocato ma oggi ci sarà?) ci ha giocato la prima con questa maglia, sarà quel che sarà, quello che conta è la Roma. Come dire, sembra fatto tutto apposta.

Sembra quasi un richiamo evidente ai tifosi: c'è un vuoto emotivo, occupatelo. Com'è la canzone? «Passano gli anni, cambiano i giocatori e anche i presidenti, ma noi saremo qua...», sembra proprio fatta apposta. Sembra essere stato un canto profetico perché partorito nella stagione scorsa (nella lontana epoca in cui gli stadi erano aperti), ecco l'unica cosa è che non potremo essere sul balcone del Benetegodi, ma noi saremo qua, cioè dove sta la Roma. Dentro. Sia con Dzeko - che è stato splendido, che è stato Goldrake, che è stato un girasole di van Gogh, che è stato notte di coppe e gol al Chelsea o esultanze a Torino - ma che è semplicemente stato, sia con Milik - che potrà essere anche di più o di meno uguale o diverso, anche tutto - sia con l'armeno o con Pruzzo veramente, meglio forse per l'occasione Maurizio Iorio per via della legge del gol dell'ex (e per via di quel pallonetto qui nell'83); con la difesa a 3 o a 4, con Smalling che arriverà sicuramente o per niente, con gli aerei di Friedkin che volano tra New York, Mosca e Ladispoli, gioca la Roma - conta la Roma. Solo questo.

E oggi questo è quello che ricomincia. È il nostro Capodanno, quel mai troppo inflazionato monologo per cui tutto questo finisce a maggio e ricomincia a settembre (stavolta non è proprio andata così, ma quello è) quell'emozione pura pure di fronte alla tv, a telecronisti parziali o sbagliati, a racconti sciatti o esagerati, a mezze seghe o a stracampioni, c'è la Roma prima di ogni altra considerazione (una soltanto tecnica la faccio: non siamo malaccio) come quella canzone. Solo questo. Più o meno tutto.