Alla vigilia non c'è mai stato un derby così importante. Mai. Non c'è nessun'altra data che regga il confronto di questo 18 aprile 2010. Nessuna. Mai nessun video mai potrà ricordare… Passano cento partite in fondo al cuore e questa è una di quelle che va più veloci e fa più male. Per la bellezza. Per la gioia pura che ci ha regalato. Per il dolore che pure fa a rivederla adesso, perché ci fa pensare a uno Scudetto prima nemmeno immaginabile, poi sognato, sfiorato, preso e ripreso e poi perso, quand'era già praticamente cucito. L'ago e il filo ce li avevamo già in questo giorno. Un giorno strano, una domenica alle 18:30, un giorno di nuvole e sole.

Mai nessun derby si annunciava così importante perché in palio c'era il primo posto in campionato da una parte (quella giusta) e dall'altra il serio rischio di retrocedere, a cinque giornate dalla fine. Lo Scudetto e la Serie B, uno di fronte all'altro, così allo specchio: Roma-Lazio.

Sì, il miracolo era successo. La Roma di Ranieri che in autunno era lontana 14 punti dall'Inter di Mourinho aveva superato l'Inter e qualsiasi possibile pronostico una settimana prima, battendo 2-1 l'Atalanta dopo il pareggio fiorentino dei nerazzurri (2-2). L'Inter aveva giocato venerdì e aveva vinto, riportandosi sopra di 2 ma con una partita in più. Il concetto di pressione accumulato prima delle 18:30 del 18 aprile 2010 (ora e data, una somma allo specchio) era stato definito nei giorni di vigilia.

Nervosismo, attese, preghiere, le consapevolezze di trovarsi di fronte all'ultimo vero grande ostacolo prima del rush finale, avendone superati mille: la Juve a Torino, la Fiorentina a Firenze, l'Inter all'Olimpico, all'andata proprio la Lazio al minuto 77 con Cassetti numero 77. Tutto allo specchio, dentro questo derby ci vedevamo le nostre speranze, i nostri ricordi, le nostre certezze e le nostre paure. Quella più grande di dare alla Lazio, lontana trilioni di punti in classifica (alla fine saranno 34 i punti di distanza), la soddisfazione enorme di uno sgambetto-Scudetto. L'attesa è talmente grande che qualcosa va storto anche in Curva Sud con la coreografia (problemi col telone), ma il tifo è impressionante. Lo resta anche se al 13' Rocchi porta in vantaggio loro. Uno a zero.

È iniziata nel peggior modo possibile e continua anche peggio. La Lazio gioca meglio, legittima – come si dice – il risultato e l'impressione è quella di essere più vicini al 2-0 piuttosto che al pareggio. L'impressione diventa sensazione e quasi certezza quando, all'inizio del secondo tempo, Kolarov viene steso proprio da Marco Cassetti, l'eroe del derby d'andata. Come un rimando, un riflesso. Tutto allo specchio. È il minuto 45 e i secondi sono 45.

Fuori i secondi e fuori i primi, perché prima di raccontare il buco nero di questo derby che ci sta per trasportare in un'altra dimensione, va ricordata la doppia mossa di Claudio Ranieri da Testaccio: dopo quarantacinque minuti sceglie di sostituire Francesco Totti da Porta Metronia e Daniele De Rossi da Ostia con Jeremy Menez e Rodrigo Taddei. Dopo quarantacinque minuti e quarantacinque secondi, sembra una doppia cazzata anche perché Kolarov con la maglia numero 11, prima di venire steso da Marco Cassetti, se n'era andato beatamente proprio a Rodrigo Taddei con la maglia numero 11. Tutto allo specchio, sembravamo noi i più brutti del reame. Ma ecco che al minuto 46 e 46 secondi va dal dischetto Floccari. Ha il numero 20 sulle spalle e pure questo pare un riflesso, semplice, doppio, allo specchio: ha la palla del 2-0 per la Lazio. Ma non è il numero che bisogna guardare, bensì la carta d'identità: bisogna guardare il nome. L'importanza di chiamarsi Sergio in questo derby è tutto, Sergio Floccari ma soprattutto Julio Sergio, che con le gambe para e respinge l'inferno.

«La svolta è stata la parata di Sergio», dirà Ranieri a fine partita. È a quel punto che la Roma ritrova la Roma e nel giro di cinque minuti pareggia. Allo specchio. Azione sulla destra di Rodrigo Taddei, che ha sempre la maglia numero 11 sulle spalle e supera con un dribbling a rientrare verso sinistra proprio Kolarov, che ha sempre la maglia numero 11 sulle spalle. Allo specchio è per forza 1-1.

Che cos'è un dischetto, se non un pozzo dove ritrovare te stesso? Per Mirko Vucinic quegli undici metri – profondi come i loro undici anni in B – sono per noi un'ascesa in paradiso, un corso accelerato di ipnosi, ma mai quanto è accelerato il tiro su punizione al minuto 18: nemmeno il replay riesce ad accompagnare a fuoco la traiettoria della palla. 2-1, Vucinic e Vucinic allo specchio. È la fotografia perfetta di questo derby, lo scatto che immortala per sempre Muslera e riproietta la Roma in testa alla classifica: +1 sull'Inter, + 1 quando anche l'ultimo ostacolo sembra superato.

Alla fine la gioia è tutta sotto alla Curva Sud, che nel secondo tempo aveva creato un'altra coreografia e sotto la quale c'erano probabilmente ancora Francesco Totti e Daniele De Rossi, la coreografia in campo. Il Capitano lo diventa veramente quando imita il pollice verso di Giulio Cesare (o Julio Sergio?) che c'era raffigurato sugli striscioni. Scoppiano le polemiche ma quello è solo Francesco Totti, dai pollici al cuore.

Il derby – mai così sentito, mai così importante – è vinto e a noi adesso ancora oggi ne possiamo guardare i riflessi allo specchio. E vederci l'impresa di quella Roma del 2010 che in 23 partite, dal 1° novembre al 18 aprile, ha recuperato 15 punti all'Inter del Triplete (da – 14 a +1), vincendone 18 e pareggiandone 5.

Vederci il dolore che non si può nascondere della settimana successiva all'assurda sconfitta con la Samp, ferita che ancora causa rimpianto e incomprensione. Vederci ventimila persone che a Verona, contro il Chievo per l'ultima trasferta libera prima dell'avvento della Tessera del Tifoso, espongono lo striscione «Chi tifa Roma non perde mai», né tanto meno ci tifa contro. Perché – tra i riflessi di questo Lazio-Roma 1-2 alle 18:30 del 18 aprile 2010 (se ci fate caso, nella data, oltre alla somma, c'è pure il risultato) – allo specchio c'è pure Lazio-Inter 0-2, con i tifosi biancocelesti che hanno tifato contro la propria squadra. Specchio riflesso. E allora viva questo derby perché, oltre all'importanza di chiamarsi Sergio, c'è sempre quella - definitiva - di chiamarsi Roma. Il nostro Amor.

(Tratto da "Le cento partite che hanno fatto la storia della Roma" di Tonino Cagnucci e Massimo Izzi, Newton Compton)