È stata una delusione perché nell'aria c'era una vaga sensazione di «stavolta in quello stadio ce la facciamo». Forse perché "prima o poi" ci sarà una prima volta, dicevamo, forse perché la Juve sembrava meno la Juve. Invece la Juve è stata la Juve e la Roma quella di tutte le altre volte. Con l'infortunio di Diawara, il migliore in campo delle ultime partite, dopo l'infortunio del Migliore (Zaniolo), stiamo all'assurdo, al grottesco, al persecutorio, al «ma che davvero?». Sì. Lascia senza parole come la prestazione di tanti mercoledì sera, soprattutto di quelli che dovrebbero essere i "ragazzini terribili" con l'argento vivo e le ali ai piedi che sono stati terribili ma invece che volare a malapena hanno corso.

L'inesistente voglia di chiudere ogni discorso o appena un tiro dal limite dell'area avversaria è stata frustrante, l'arrendevolezza per 20' dopo il primo gol preso ha ricordato l'irricordabile, cioè la Roma dell'anno scorso (a Firenze andammo all'intervallo 3-1). Forse pure Fonseca poteva direttamente schierare la Roma del secondo tempo, forse poteva mettere in campo direttamente Veretout al posto di Cristante, forse andava comprato un altro attaccante a prescindere e un altro esterno offensivo a prescindere da Politano. Forse. Domenica poi ci stanno quelli che ultimamente vincono sempre, c'è un arbitro con cui non vinciamo da 18 mesi e che stava al Var nell'ultima finale di Coppa Italia con l'Atalanta e in campo nella Supercoppa e che la Lazio l'ha arbitrata 21 volte con 15 vittorie. C'è pure il giorno di riposo in meno. E sicuramente ci stanno tanti altri milioni di rodimenti, pessimismi, o semplicemente di giuste constatazioni prima di questa partita. Ma prima ancora di questa partita c'è la Roma. Tutte queste analisi vere, verissime, false, importanti, illuminanti che siano, prendetele e buttatele al secchio: non servono.

Adesso non si può fare altro che stringersi attorno alla Roma o a quel che ne resta, stringersi innanzitutto a un'idea, la nostra. La Roma. Stringersi a noi, a una curva che a Torino si è presentata senza pezze, ma tutta indistintamente e insieme dietro a una splendida, splendida bandiera di una ancora più magnifica lupa capitolina. Questo idealmente bisogna fare, almeno questi tre giorni (almeno sempre), mettersi là dietro quella Lupa. Tutti. Chi odia la società, chi invece ne celebra l'alto prezzo di vendita, chi l'aveva detto e ciclicamente (per forza) ha ragione, chi non aveva detto niente e ha più ragione di tutti; Kluivert che ha perso tre palloni su tre a Torino, Kalinic che ha preso un palo a porta vuota, Zappacosta che non ha mai giocato, Dzeko che stava a casa, Smalling che è stato bravo, Diawara e Zaniolo soprattutto (sarebbe bello vederli a bordo campo domenica), tutti dietro quella Lupa.

È il simbolo della Roma, ce l'abbiamo sul petto, sullo stemma, nuovo e vecchio. Ce l'abbiamo dentro. La Roma è in un momento difficile, senza tanti giocatori, ha giocato e perso male a Torino, quelli stanno quasi al massimo, la partita è importante, difficile, per certi versi preoccupante... Ecco, tutto questo è solo un quadro perfetto per un romanista, per entrarci dentro e mettersi dietro a quella Lupa, che ci guida e che ci difende e che per questo va difesa. E sempre, sempre, sempre amata. I più colti pensassero all'Enrico V di Shakespeare prima della battaglia di San Crispino, ma va bene anche Braveheart di Gibson (quantomeno per Wallace). Perché se sei romanista un cuore impavido ce lo hai per forza, e pure una Lupa che batte sul tuo petto che te lo fa sentire. Trovatemi qualcosa di migliore.