Sfinente. Insopportabile. Irritante.  Commovente. C'è anche molto più di questo dentro questa notte e questa vittoria contro il Bologna che a un certo punto sembrava impossibile, che pure era necessaria, quando sarebbe dovuta essere appena normale. Ma non c'è niente di normale dentro questa partita. Non c'è niente di normale nella Roma. Ma un conto è essere speciali, un altro è continuare a farsi del male. C'è l'impossibilità di accettare il primo tempo della Roma perché veramente ti senti tradito, e tradito per la decimillesima volta in stagione, perché ogni volta che (ri)tiri su la testa, ogni volta che abbozzi una striscia positiva e provi a (ri)crederci arriva la mazzata che ti sbraga speranza, pazienza e coglioni. Era dai tempi di Garella contro di noi nell'84/85 che non si vedeva parare così tanto all'Olimpico da uno soltanto. Ma una volta c'erano i Malizia, i Garella appunto, in tempi più recenti gli Avramov, e tanti altri, ieri è capitato al nostro numero uno. Benedetto nibelungo. Prima della partita s'era tornato a parlare di scimmie, durante neanche Zamora avrebbe voluto stare al posto suo, soltanto adesso qualcuno vuole essere Robin.

Le sue parate e la traversa di quello del Bologna sono stati un frontale per forza col destino, o la va (e non gli è andata) o la spacca, la traversa e la partita. A quel punto, fine primo tempo, qualche cosa è rimbalzata da qualche parte nel cosmo e ha ripreso a girare nel verso giusto. È entrato El Shaarawy, c'è stato l'enorme rigore senza fiato sotto la Sud proprio di Kolarov a cambiare qualcosa che tante, tante, troppe volte in questa stagione a un certo punto diventava ineluttabile: come i 2-2 col Cagliari e col Chievo, i 3-3 con l'Atalanta, come le sconfitte con la Spal, l'Udinese, il Plzen e ancora troppi fastidiosi eccetera. Poi però è successo pure qualcos'altro, qualcosa che non capitava da un po' con questa intensa, poetica, romanista insistenza. Quando quelli hanno segnato, 84' o giù di lì, una trentina di secondi dopo, forse quarantacinque, dalla Curva Sud si è alzato un coro che non ha smesso fino alla fine. E ha continuato indifferentemente sull'angolo del Bologna, sulla punizione dalla trequarti del Bologna, con Dzeko sulla bandierina, sull'ultimo e sul penultimo rinvio di Olsen o Skorupski. «Ale ale Roma alé -Ale ale Roma alé -Ale ale Roma alé, ale Roma alé».

Dieci minuti in cui tutti, tutti i romanisti, si sono risentiti a casa. Come abbracciare non un parente o un amico o un amante che mancava, ma se stessi. Quand'è così è un tutt'uno. Quand'è così è la Roma. Ritrovi la ragione - senza ragione - dell'amore per la Roma. Non l'hai mai perso (come fate a divve disamorati della Roma??? manco a metà classifica in Lega Pro uno si disamora della Roma) soltanto si rimanifesta. Ti redifinisci e ti senti bene. Canti per te e canti per la Roma. Canti per farti sentire, per far sentire che vuol dire per te, e canti per la Roma. Canti la Roma e la Roma ti sente. È tutto quello che cerchi e lo hai. E se stavolta Chievo, Cagliari, Bergamo eccetera non si sono ripetute è perché in mezzo alle traverse e al destino o quello che è, s'è alzato un canto. Tutto il resto è silenzio (citazione per un principe danese in omaggio ai genitori di Olsen) oppure irriproponibile, sfinente e insopportabile. Chissenfrega. La Roma ha vinto e tutto il resto lo lasciamo agli altri, agli altri da noi, o peggio: alle iene.