In mezzo al campo o sulla fascia cambiava poco. Non faceva differenza. Manuel Gerolin il "suo", alla maglia della Roma, lo ha sempre dato. Riusciva a fare tutto, o quasi. Il difensore centrale, il terzino, il centrocampista. E lo faceva bene, da "moto perpetuo". In difesa o in mediana. Il biondino di Mestre che arrivò nella Capitale in punta di piedi, in giallorosso rimase per sei stagioni. E qualche soddisfazione se l'è tolta: alzò due volte la Coppa Italia, ne perse una di Uefa, sfiorò uno Scudetto. Sempre onorando la maglia. L'umiltà che lo ha caratterizzato da calciatore ne sta segnando anche la carriera da dirigente. Tolti gli scarpini si è rimesso in gioco, pronto per una nuova gavetta, perché «quando si cresce gradualmente, in tutto ciò che si fa, si riesce meglio». Parole sante quello di Gerolin, attuale direttore sportivo dell'Udinese che affronterà la Roma sabato pomeriggio in Friuli. «Oggi, a 57 anni, faccio quello che desideravo, non potrei chiedere di più».

Gerolin, com'è la vita da direttore sportivo?
«Si vive bene, almeno per quanto mi riguarda. La carriera da calciatore e da scouting mi ha formato, un buon passato ti permette di costruire un buon presente e così via anche il futuro. Faccio ciò che mi piace nella società che mi ha lanciato come giocatore e poi come scouting. L'Udinese mi ha dato tanto permettendomi di crescere. In Italia è stata tra le prime società, fin dalla sentenza Bosman, a capire come si doveva lavorare. Tornare qui, dopo brevi esperienze in altri club, è stato importante. A Udine mi sento a casa».

Da calciatore, oltre a Udine, ne ha avuta un'altra di casa…
«Quella della mia Roma, quando c'era un altro calcio. E un'altra società. Io e i miei compagni eravamo tutti figli dell'ingegner Viola. Dava tutto alla squadra. La Roma era la sua vita. Qualsiasi cosa ci servisse, lui era a disposizione, pronto a risolvere i nostri problemi. La sua presenza era costante. Ogni giorno della settimana lo passava a Trigoria, ricordo le sue passeggiate. Controllava tutto. Ogni cosa doveva stare al suo posto. Ora le società sono diverse. A Roma ne sapete qualcosa».

Sei anni alla Roma cosa le hanno lasciato?
«Arrivai in una squadra di grandissimi giocatori e sfiorammo lo Scudetto. Vincemmo tante gare ma purtroppo il successo valeva solo due punti, con i tre a vittoria ce l'avremmo fatta. Poi qualche campione andò via, si stava chiudendo un ciclo ma la mia Roma restò una squadra gagliarda, tosta, era difficile giocare contro di noi. Conquistammo due volte la Coppa Italia. Ho tanti bei ricordi. Ma il momento che mi ha segnato di più non è stata una vittoria».

Qual è questo ricordo indelebile?
«Il giorno in cui venni presentato. Dopo la firma del contratto l'ingegner Viola mi chiese di partecipare all'amichevole contro l'Ajax all'Olimpico. Era l'addio di Falcao. Ebbi un impatto meraviglioso con la gente romanista, feci gol e la Curva Sud mi dedicò subito un coro. Quel giorno il popolo giallorosso mi adottò. Andai in ritiro come se fossi uno di casa. Fu tutto più facile. Quella giornata mi spalancò le porte di Roma e della Roma».

Torna ogni tanto a Roma?
«Raramente. Ma magari potrei farlo per lavoro. Ora faccio il direttore sportivo. Chissà».

È una possibilità?
«È un desiderio».

Parliamo di Monchi: come considera il suo lavoro alla Roma?
«A Siviglia ha fatto un grande lavoro. Ma conosco molto bene le ambizioni che animano il tifoso giallorosso: Roma deve dargli il tempo di lavorare, almeno qualche anno e poi si potrà dare un giudizio sul suo operato. Monchi ha sempre lavorato in un certo modo, nel mercato delle plusvalenze, comprando e rivendendo. È uno dei migliori. Sicuramente Roma vuole vincere e non le bastano le plusvalenze, ma nel calcio attuale è necessario mantenere sempre un ordine economico. La cosa più importante è che la Roma riesca a mantenersi in Champions così potrà fare sempre campionati di vertice e prima o poi tornerà a vincere lo Scudetto».

Come vede la corsa Champions?
«La Roma può arrivare tranquillamente terza. È più attrezzata rispetto alle dirette concorrenti».

Come vede la Roma nell'ottavo contro lo Shakhtar?
«La Roma è superiore e se gioca come sa, passerà il turno. I suoi campioni dovranno fare la differenza».

Passiamo all'attualità? Sabato c'è Udinese-Roma: che partita sarà?
«La Roma è una grande squadra, consolidata negli anni, noi siamo una delle formazioni più giovani del campionato, ma abbiamo tanti giocatori di prospettiva. Questa gara per l'Udinese vale tanto. Sappiamo di affrontare una squadra forte fisicamente e tatticamente, con giocatori di livello. Per noi è un esame importante. Mi aspetto una bella partita».

L'arrivo di Oddo al posto di Del Neri per voi è stato determinante. Cosa è cambiato rispetto alla prima parte di stagione?
«Abbiamo sempre pensato di avere una rosa valida. Giovane, ma valida. Con il passare delle giornate siamo cresciuti tanto, ma siamo ancora in un momento di formazione. Contro la Roma non ci saràLasagna ma chi andrà in campo darà il suo apporto. Abbiamo De Paul, Jankto, Pezzella, Samir. Ne abbiamo tanti di bravi. La gara contro i giallorossi è importante per dimostrare il nostro grado di maturazione».

Chi toglierebbe alla Roma?
«La Roma ha qualità in tutti i reparti e basa la sua forza sul collettivo. Ora toglierei Ünder: è cresciuto e sta dimostrando il suo valore, ha avuto bisogno di un naturale periodo di ambientamento. Anche Schick è un talento destinato a esplodere. La Roma è forte, ha una rosa che vale quelle di Napoli e Juventus».