Quando eravamo re (d'Europa) la Roma non è stata mai regina, ma c'è stato un anno in cui ci è sembrato tutto davvero a portata di mano anche se erano lontani i fasti di Falcao e del periodo d'oro degli anni Ottanta. Era invece l'alba del 1991 e ai quarti di finale della Coppa Uefa l'Italia portò quattro squadre su otto, perché quello era terreno di conquista nazionale (e in Coppa dei Campioni nel decennio che va dalla stagione 1988-89 per ben nove anni ci sono state in finale squadre italiane), e la finale fu tutta nostra e si giocò andata e ritorno tra Inter e Roma, e purtroppo finì male.

L'accoppiamento dei quarti prevedeva invece i confronti tra Inter e Atalanta (passò la squadra di Trapattoni pareggiando a Bergamo e vincendo 2-0 a San Siro), il Bologna opposto allo Sporting Lisbona (1-1 al Dallara e sconfitta in Portogallo), il Brondby alla Torpedo Mosca (passarono i danesi ai calci di rigore) e la Roma al fortissimo Anderlecht allenato da De Mos, uno stratega olandese che sembrava destinato al Real Madrid (ma poi fece un altro tipo di carriera, un po' meno gloriosa). Era un anno davvero complicato per la Roma: reduce dalla stagione del Flaminio con Radice, era passata sotto le cure di Ottavio Bianchi, un altro "italianista" che badava molto alla sostanza e poco allo spettacolo, e però aveva intanto il pregio di aver vinto lo scudetto col Napoli e anche la riconosciuta dote di saper mettere le squadre in campo con grande equilibrio secondo le indicazioni tipiche del calcio che resisteva alle propulsioni rivoluzionarie di allenatori come Sacchi. La Roma da questo punto di vista era un po' tornata indietro dopo gli anni avanguardisti di Liedholm e Eriksson. Ma Bianchi ebbe un merito indiscutibile nel costruire una squadra che dopo le delusioni dell'anno precedente arrivò a sfiorare addirittura un doppio trofeo, impresa mai riuscita nella quasi centenaria storia giallorossa: e tutto nell'anno terribile della scomparsa dell'ingegner Dino Viola, uno dei più amati presidenti del glorioso sodalizio giallorosso.

L'epilogo

Nella finale di Coppa Uefa nella gara d'andata la Roma perse 2-0 a Milano. Scrisse Giancarlo Padovan, editorialista del Corriere della Sera: "È la vittoria del calcio giocato su quello spigolato: ogni tattica ha cittadinanza, ma quelle votate alla sistematica distruzione ci piacciono meno. Può darsi che Bianchi faccia tutto ciò con avvedutezza strategica superiore a ogni altro, certo quando perde le sue sconfitte sono tanto nette da sembrare inevitabili". E considerando che l'allenatore dei nerazzurri era Giovanni Trapattoni forse non c'è bisogno di aggiungere altro. Al ritorno non bastò la solita prova di coraggio di una squadra sospinta all'inverosimile dal suo pubblico, solo Rizzitelli infranse il catenaccio (stavolta) del Trap e la coppa andò all'Inter. La Roma si consolerà vincendo la Coppa Italia (battuta la Sampdoria) che sarà consegnata nelle mani della signora Flora Viola, sotto gli occhi imbarazzati del neopresidente Ciarrapico.

Il cammino

In Coppa Uefa la trionfale camminata romanista cominciò con la doppia vittoria per 1-0 sul Benfica ai trentaduesimi (gol di Carnevale all'Olimpico e di Giannini a Lisbona), passò attraverso il pareggio di Valencia per 1-1 (Rizzitelli) e dalla vittoria casalinga di misura (2-1, Giannini e Voeller i marcatori, prima della rete spagnola di Fernando) e approdò agli ottavi, stravinti dalla Roma sul Bordeaux con un 7-0 diviso tra i cinque dell'Olimpico (tripletta di Voeller e doppietta di Gerolin) e i due in Francia (ancora Voeller e Desideri). Ai quarti, dunque, l'ostacolo belga che la Roma saltò di slancio ancora con un punteggio netto in casa, 3-0 con Desideri, Voeller e Rizzitelli. Oggi cade il ventinovesimo anniversario della partita di ritorno, vinta ancora dalla Roma e con il tedesco volante ancora protagonista, ancora con tre gol: quell'anno Rudi si consolò con lo scettro di capocannoniere della competizione, doppiando quasi i suoi rivali, tipo Matthaeus, il panzer dell'Inter che ne segnò 6. Voeller invece raggiunse quota 10.

Tre di questi furono realizzati al Constant Vanden Stock di Bruxelles (meglio conosciuto come Parc Astrid stadion) sciorinando il meglio del suo inarrivabile repertorio: il primo gol di destro a pallonetto, il secondo di testa su calcio d'angolo, il terzo di sinistro forte dopo un rimbalzo. E celebrando questi gol e questa partita, grazie all'archivio di footballia.net, celebriamo anche Voeller e il suo calcio rapido ed efficace, nell'anniversario di una gara che fornì la consapevolezza che davvero la Coppa fosse alla nostra portata: in semifinale la Roma si sbarazzò non senza fatica del Brondby, ma si arrese poi di fronte all'unica italiana che incontrò sulla sua strada. Fu davvero un anno particolare, quello, fatto di stenti in campionato (alla fine la Roma arrivò nona) e di prodigiosi risultati nelle coppe. Forse per l'animo ruvido e calcolatore di Bianchi, capace di studiare in ogni dettaglio pregi e soprattutti difetti degli avversari in gara singola, ma poi incapace di reggere il confronto su una scala più estesa.

Il calcio antico di Bianchi

Non si offenderà nessuno, dunque, se consideriamo il bresciano Bianchi tra i principali protagonisti di quel tipo di calcio pratico e assai speculativo che l'Italia ha promosso per anni, un calcio persino fruttuoso (come per l'appunto fu quello di Bianchi quell'anno) anche se non molto spettacolare. Nell'annoso dibattito tra zona e uomo Bianchi non aveva nessun imbarazzo a professarsi tradizionalista. E partite come quella di Bruxelles ne spiegano il motivo meglio di ogni altra considerazione. Del resto è proprio l'impostazione a "uomo" che nega ad una squadra di poter dominare una partita attraverso il controllo del gioco. Tutta l'impostazione di una simile strategia tattica nasce per opporsi a qualcosa (o qualcuno), non certo per costruire. E se aspetti l'avversario davanti alla tua area, puntando tutto sulla capacità dei tuoi giocatori di vincere tutti i duelli individuali in fase di non possesso, puoi anche riuscire a vincere magari sfruttando le occasioni che ti si possono aprire in contropiede, ma è davvero complicato immaginare che tu abbia anche la lucidità per rendere realmente efficace una strategia di dominio della gara. È una questione filosofica, prima che calcistica: il tuo primo pensiero è fermare gli altri e poi colpirli in contropiede o provare ad attaccarli a costo anche di subirne le ripartenze? È in questo punto che da sempre si dividono gli allenatori. Poi il calcio evolve e oggi anche il più rigido custode delle antiche tradizioni fa impostare dal basso e alza la linea di difesa a centrocampo, senza perdere tempo in marcature individuali preimpostate.

Il settore ospiti della gara contro l'Anderlecht (Foto asromaultras.org)

La partita

A Bruxelles, per esempio, la Roma scese in campo con sette giocatori difensivi, più Giannini alle spalle di Voeller e Rizzitelli. Davanti a Cervone furono schierati Stefano Pellegrini, Tempestilli, Comi, Carboni, Gerolin, Berthold e Di Mauro (e mancavano gli squalificati Nela e Desideri e l'infortunato Aldair), e ognuno di loro con un preciso compito di marcatura di un avversario che portò ad esempio la squadra a non avere per tutta la partita un incursore sulla fascia destra. A sinistra giocò Carboni, almeno per un po': quando poi nel secondo tempo De Mos spostò Lamptey esterno a destra, Bianchi lasciò che a seguirlo fosse ancora Stefano Pellegrini, togliendo quindi spazio a Carboni che a sua volta si accentrò a seguirne un altro. A destra a volte capitò Gerolin, che però per la maggior parte del tempo fu impegnato in marcatura su Degryse, una sorta di centravanti arretrato belga, e dunque in zone centrali. Berthold, difensore tedesco portato a centrocampo si occupò di Kooiman, Tempestilli di Lulù Oliveira (l'attaccante brasiliano che poi approderà in Italia e che allora giocava sulla trequarti), Di Mauro su Keshi e Carboni su Verheyen.

Quando poi la Roma entrava in possesso palla, o magari finiva l'azione dei belgi, il copione era lo stesso: se toccava a Cervone, rinviava più lungo che poteva, se la palla era uscita sul fondo, del rinvio se ne occupava Comi (il teorico libero, pronto a raddoppiare le marcature saltate), se si rubava palla sulla propria trequarti si cercava l'immediata verticalizzazione per gli attaccanti. L'Anderlecht in questo senso cadde nella rete perfettamente tesa da Bianchi: attaccando da subito in maniera convulsa (del resto doveva provare almeno a coltivare la speranza di rimontare tre gol) lasciò diversi spazi che la Roma fu brava a sfruttare al 23', subito dopo una grande occasione belga mal rifinita da Verheyen su assist del giovanissimo Lamptey (sedicenne stellina nigeriana di cui si prefiguravano mirabolanti imprese, ma che poi fallì quasi tutte le occasioni della sua carriera, passando anche per la serie A, a Venezia, con cinque spezzoni di partite): l'azione del gol romanista nacque da un rinvio domato da Voeller e lasciato sui piedi sensibili di Giannini, sul cui lancio di prima Di Mauro trovò lo spunto per saltare sul tempo un avversario e servire di nuovo dalle parti di Voeller che aspettò un rimbalzo propizio e poi superò il portiere in uscita con un dolcissimo pallonetto. In vantaggio, la Roma esaltò ulteriormente la sua capacità difensiva, delegando al solo Giannini ogni possibilità di ripartenza, con Voeller e più spesso Rizzitelli chiamati a profondi ripieghi. Le diverse centinaia di tifosi romanisti si esaltarono di fronte alla resistenza difensiva e all'efficacia offensiva e anche l'attento cronista Giorgio Martino finì per sottolineare spesso la felice serata romanista, una piacevole conferma nel cammino europeo di quella stagione.

4 gol nella ripresa

Ormai virtualmente chiusa la questione qualificazione (per passare a quel punto l'Anderlecht avrebbe dovuto segnare cinque gol), la Roma giocò la ripresa sul velluto, mentre i belgi sommavano angoli su angoli senza essere mai realmente efficaci. E al primo corner romanista, quasi per sfregio, arrivò addirittura la rete del raddoppio: pennellata di Giannini, testata di Voeller nel cuore dell'area piccola, ignorato dai difensori belgi. De Mos avrebbe dovuto prendere qualche lezione da Bianchi sulle marcature. Il Principe regalò altre perle del suo calcio essenziale (mise Pellegrini davanti al portiere a un certo punto, ma Stefano pagò forse proprio il fatto di non essere abituato in quanto difensore a superare la metà campo), entrò pure Piacentini a sistemare ulteriormente il centrocampo («ecco uno dei classici rinvii direttamente in tribuna di Piacentini», disse Martino a un certo punto, riconoscendo il talento della giocata) e fece l'esordio pure tal Dario Rossi (oggi fa il secondo di Rastelli), al posto di Tempestilli.

Subito dopo Voeller realizzò la sua tripletta, dimostrandosi più furbo di mezza difesa belga, su un palla scucchiata per lui da (indovinate un po'...) Giannini, con il tedesco a interpretare meglio ogni rimbalzo fino alla stoccata finale di sinistro in controbalzo. Lì subentrò la tentazione dell'accademia tra i romanisti e i belgi ebbero di slancio tipo cinque o sei palle gol, ma si limitarono a segnarne due, con Kooiman e lo stesso Lamptey. Poco male.