Tutto ha inizio il 13 aprile 1930. È il primo viaggio della nostra storia, la prima volta in cui la Roma ha il supporto della sua gente lontano da casa in massa. Ammesso e non concesso che casa non sia qualsiasi luogo, se a seguirti hai chi ti vuole bene. Ecco, è tutto qui il senso della trasferta, forse. Nel far diventare "casa" un luogo straniero, sconosciuto: è un'intera famiglia che si sposta per seguire i propri genitori.

Nei primissimi anni della nostra vita, quando la Roma giocava in trasferta, c'erano solo due luoghi da frequentare per avere notizie sul risultato: una era la sede della Società in via Monterrone, 2; l'altra, il Bar Ferraris, di proprietà di Attilio Ferraris IV, in via Cola di Rienzo. L'uomo che di lì a poco avrebbe ceduto la fascia di capitano a Fulvio Bernardini (salvo poi riaverla indietro da "Fuffo" stesso dopo aver rimediato un'espulsione), telefonava al locale e faceva un dettagliato resoconto della partita al fratello Fausto. Il quale trascriveva tutto su una lavagnetta che campeggiava sotto un cartello che avvisava i clienti: «Attilio telefona». Oggi troviamo le insegne di Sky o Mediaset Premium, ad informarci che in un determinato locale si può assistere anche alle partite più improbabili. Una volta, invece, bastava una scritta a mano: «Attilio telefona».

Tutto ha inizio il 13 aprile 1930: la prima "carovana" giallorossa. A Napoli, dove oggi non puoi recarti se sei residente nel Lazio. È lì che ha inizio una sorta di "sfida delle trasferte" tra i sostenitori giallorossi e quelli azzurri, che pure negli anni a seguire giungeranno a Campo Testaccio. Ma è quel giorno che tutto comincia. È quel giorno che Roma e la sua gente si trasferiscono in massa, per far sì che ci si possa sentire a casa anche a duecento chilometri da casa.

In 700 a Napoli

Si legge su Il Messaggero dell'epoca : «In occasione dell'incontro di campionato di calcio Napoli-Roma (...) l'A.S. Roma per soddisfare le richieste di numerosi soci e simpatizzanti, ha avuto la concessione dal Ministero delle comunicazioni di treni speciali in partenza da Roma nella mattinata del 13 ed in partenza da Napoli nelle ore serali per fare ritorno verso la mezzanotte». Per chi ha la tessera dell'Opera Nazionale dopolavoro, la quota per il viaggio di andata e ritorno costa 55 lire in terza classe, 85 se invece si opta per la seconda. Senza tessera, i prezzi sono leggermente più alti: 70 e 115 lire.

Il comunicato sottolinea poi che "a tutti i partecipanti, unitamente al biglietto di viaggio verrà consegnato un fazzoletto dei colori di Roma". Di Roma, si badi bene. I colori della città sono i colori della squadra che la rappresenta. Per iscriversi, i tifosi possono recarsi presso la sede del club in via Uffici del Vicario, l'Agenzia BMW in viale della Regina 165 e appunto il Bar Bernardini. A testimonianza della bontà dell'iniziativa, basta dire che aderiscono in settecento. Settecento anime giallorosse che dalla Capitale partono e si recano all'ombra del Vesuvio per "sostener la Roma", come reciterà un celebre coro molti anni dopo.

Il caso vuole che sulla panchina dei campani sieda il primo allenatore della storia romanista: William Garbutt. A guidare Ferraris IV, Fasanelli, Bernardini e compagni c'è invece un altro inglese, Herbert Burgess. Si gioca allo Stadio Ascarelli. I giallorossi, raggiunti da una vera e propria "carovana" - che sia su binario o su strada, non fa differenza - passano in vantaggio dopo un quarto d'ora: approfittando di un errore della retroguardia partenopea, Fulvio Bernardini ci porta in vantaggio, facendo esplodere un boato all'interno di un impianto che non è il nostro. Sembra quasi che il neonato Campo Testaccio si sia trasferito in Campania. Siamo a casa, pur essendo lontani da casa, perché casa è ovunque ci siano i tifosi della Roma. La Roma, da quel momento in poi, sarà a casa ovunque, perché ovunque avrà il sostegno e il seguito della sua gente, della sua famiglia. Il Napoli pareggia i conti poco dopo la mezz'ora con una potente punizione dalla distanza di Vojak: nonostante gli assalti finali degli azzurri, la Roma tiene botta. La partita termina 1-1. Non il massimo, certo, ma i giallorossi si rifaranno una settimana più tardi, rifilandone sette alla Pro Vercelli.

La "scazzottata"

Quella a Napoli è sempre stata una trasferta particolarmente sentita, da ben prima dei divieti e dei recenti accadimenti. Seguire la Roma nel capoluogo campano non è mai stato facile, fin dagli albori della nostra (e della loro) storia. Il libro "Forza Roma daje Lupi" di Marco Impiglia riporta le parole di Alfonso Billi: «A Napoli, quando la Roma vinceva, i treni non partivano: per dispetto i capostazione, i ferrovieri ritardavano la partenza del treno che portava a casa i romanisti. (...) D'altronde, anche se non portavi bandiere o insegne romaniste, loro avevano escogitato un paio di trucchetti infallibili per riconoscerti: il primo consisteva nel chiederti l'ora, capivano subito dall'accento se eri pulcinella o rugantino». L'altro metodo per smascherare la provenienza lo racconta lo stesso Fulvio Bernardini. Ma andiamo con ordine...

Un anno dopo la carovana dei settecento, la Roma torna a Napoli: è l'8 marzo del 1931 e i giallorossi stavolta escono sconfitti dallo Stadio Ascarelli. 3-0 con doppietta di Mihalic e gol di Sallustro. Con i nervi tesi per la disfatta rimediata in terra campana, la squadra si rimette in viaggio per la Capitale. «Allora tutti portavano il cappello - racconta "Fuffo" -, per riconoscere se uno spettatore era romano glielo toglievano e dall'etichetta individuavano se il capo d'abbigliamento era stato acquistato a Roma o a Napoli. Se si trattava di un romano, giù botte». Non proprio la più cortese delle accoglienze, non c'è che dire. Ma quel giorno i tifosi napoletani esagerano. E finiscono per fare i conti con la "furia" di Ferraris IV e Bernardini. «A tutte le automobili furono sgonfiate le gomme e un paio di vetture furono buttate a mare. Avevamo i nervi tesi. Dopo la partita, mentre andavamo alla stazione con l'autobus dell'albergo che si apriva dalla parte posteriore, ci accorgemmo che ci seguiva una macchina con quattro persone che ci ricoprivano di insulti. Poco prima di arrivare a Mergellina facemmo fermare l'autobus e dalla scaletta posteriore piombammo giù io, Ferraris IV e qualche altro e ci scappò una bella scazzottata».

Non i tifosi, quindi, ma gli stessi giocatori giallorossi arrivano alle mani con i sostenitori partenopei. Storie davvero d'altri tempi: chissà come reagirebbero, i calciatori di oggi, in una circostanza simile. Ma se c'è una cosa che non manca a quella Roma (e in particolare a quelli che erano i due condottieri) era il coraggio. E, evidentemente, l'adrenalina accumulata in quell'occasione rimase in circolo fino alla settimana successiva, quando a Campo Testaccio arriva la Juventus: il 15 marzo 1931 finisce 5-0 e il Dottore ne segna due.

"Fornaretto" travolto

In tema di leggende giallorosse, non possiamo non citare Amedeo Amadei, protagonista del primo Scudetto giallorosso e delle sfide tra Roma e Napoli. Con entrambe le maglie. Perché, nella stagione che si concluderà con il tricolore, il "Fornaretto" di Frascati segnerà una tripletta nel 5-1 rifilato agli azzurri. Ma, tredici anni dopo, sarà proprio un suo gol - l'unico contro la sua squadra del cuore - ad infliggerci una sconfitta per 1-0 il 9 maggio 1954 allo Stadio Vomero.

Lui, capocannoniere con sette reti (insieme a Da Costa, Totti e Cavani) dei confronti con i campani, allenerà anche gli azzurri: dal 1956 al 1961, con una brevissima parentesi targata Annibale Frossi. Il 29 marzo 1959, all'Olimpico, di fronte alla Roma allenata da Gunnar Nordhal (appena subentrato a Sarosi) e guidata in campo da Losi, Guarnacci, Ghiggia e Da Costa, Amedeo rimedierà la sconfitta più sonora della sua carriera: 8-0, ad oggi la sconfitta più larga nella storia del club napoletano. La tripletta di Da Costa, le doppiette di Pestrin e Selmosson e il gol di Lojodice rispediranno a casa con le ossa rotte il povero "Fornaretto".