Cazzaro. Al massimo, amabile cazzaro. Amabile perché, innegabilmente, Carlo è stato un uomo molto amato. Dagli uomini ma soprattutto dalle donne. Ma "cazzaro", invece, è negabilissimo. È l'aggettivo che l'ha tormentato proprio dal giorno in cui cominciò a fare i conti con la vita sregolata di prima. Proprio da quando aveva capito di aver perso tutto, a causa di quella vita. Ma non ha chiesto restituzioni di niente, a nessuno.

«È colpa mia. E adesso quello di essere sincero fino in fondo è l'unico bisogno che ho». Ecco perché quell'aggettivo l'ha ingiustamente tormentato. Ne ha fatte tante di cazzate, Carlo Petrini. Ma non ne ha detta mai una. Quindi, no. I cazzari sono altri. Sono quelli che l'hanno attaccato. Ma anche quelli che non l'hanno difeso. Siete voi che non l'avete letto. Che non lo avete trasmesso agli altri. Chi, Carlo Petrini? Ah sì, quello del calcio scommesse. No, è stato, "è" tanto altro.

«Adesso posso dire tutto perché non ho più niente. Non mi è rimasto proprio niente». È nella prefazione de Il fango del dio pallone. Meraviglioso libro. Ci si potrebbe fare un gran film. È una sceneggiatura magnifica. Ma in Italia non lo potrebbe produrre nessuno. Perché nessuno lo trasmetterebbe mai. Con Carlo qualche tentativo lo facemmo pure. Ma i tempi non erano maturi. E non lo sono ancora oggi. Magari più in là. Forse è ancora presto. Nessuno può rilanciare per il cosiddetto "grande pubblico" le cose che ha scritto Carlo.

E ha scritto tutto. Ma davvero tutto. Con nomi e cognomi. Prima di Calciopoli, prima degli scandali, prima della riapertura dei processi, prima dei giornali. Tutto quello che sapeva e che però non si doveva dire. Sta lì, nelle vetrine delle librerie. Anzi, nelle vetrine proprio no. Stanno sparsi qua e là, i suoi libri. Nei reparti "Sport". Vicino alla biografia di Agassi. Oppure a quella autoassolutoria di Moggi. O a quelle celebrative di uno dei tanti pallonari così ben descritti in molti dei suoi libri. Ma se volete la verità sta lì. Sta lì e sta anche nel cuore di chi ha avuto il piacere e la fortuna di vivergli accanto negli ultimi dodici anni della sua vita. La fase che diremmo della parziale riappacificazione. E noi quella memoria vogliamo rinfrescare, per renderla meno parziale. Perché i cazzari sono altri.

Quelli che hanno truccato le partite.
Quelli che hanno tifato per le squadre che truccavano le partite.
Quelli che rimpiangono i dirigenti che truccavano le partite.
Quelli che le hanno commentate male per non scontentare nessuno.
Quelli che hanno ammazzato Donato Bergamini.
Quelli che hanno protetto quelli che hanno ammazzato Bergamini.
Quelli che hanno sventrato alcune società di calcio e hanno rotto il giocattolo forse per sempre.
Quelli che hanno arricchito o visto arricchire sempre gli stessi, magari sperando di ricavarne qualche briciola.
Quelli che hanno corrotto e quelli che si sono fatti corrompere.
Arbitri e designatori.
Giocatori e dirigenti.
Presidenti e giornalisti.
Spacciatori e fruitori.
Dopati e ricettatori.
Furbi e scorretti.
Fiancheggiatori e ricattatori.
Scommettitori e mafiosi.
Attori e sceneggiatori.

Carlo ha fatto tutti i nomi. Tutti. Guarda caso, in molti poi sono finiti in vari processi. Altri no, o forse ancora no. Altri si sono offesi, hanno chiesto di ritirare le copie, hanno impedito le recensioni, hanno boicottato le pubblicazioni. Ma in molti per fortuna li hanno letti. Uno, in particolare, l'ha rivelato quando gli hanno chiesto che cosa lo avesse mosso nella sua particolare, ma difficile opera meritoria di combattere tutto quel mondo sommerso del calcio: «Io – disse – sono solo un tifoso che ha letto tutti i libri di Carlo Petrini. Onore a lui che ha avuto coraggio». Questo signore si chiama Giuseppe Narducci. Magistrato. Calciopoli l'ha scoperchiata quasi da solo. E allora, per favore, ovunque voi siate, alzatevi ad applaudirlo quando lo sentite nominare.

Giuseppe Manfridi, con la sua maestosa perizia oratoria, ha raccontato Carlo Petrini come nessun articolo potrebbe mai fare. Lo ha fatto prendendo come paradigma di una vita quel gesto che compì il 14 dicembre del 1975, oggi fanno esattamente 42 anni. E gli applausi presi da Giuseppe, e indirettamente da Carlo, Petrini in vita ne ha avuti pochi. Pochi quando giocava, dai suoi tifosi; pochi, quando ha smesso, dai suoi amici o, meglio, ex amici. Gli hanno lacerato la serenità della vecchiaia, eppure non gli hanno mai strappato il sorriso. Quella bella risata calda e rassicurante con cui anche con uno squarcio in testa e sulla sedia a rotelle consolava chi gli stava accanto.

Chi scrive ha pensato a Carlo, poco tempo fa, quando ha si è disegnata la curiosa parabola di Schwazer e del suo allenatore, Sandro Donati. Di Sandro, Pedro era amico. Inevitabilmente. Schwazer invece finché Carlo è stato in vita gli sarà pure stato, come amava dire, sui coglioni. Perché il ragazzo vinceva barando. Un po' come aveva fatto Carlo nella sua prima vita, prima della redenzione. Preda, entrambi, non tanto dell'ambizione, quanto dei demoni della loro fragilità alimentati da consiglieri avidi. E quando la vita li ha colpiti così duramente, richiamandoli alle loro responsabilità, hanno avuto la forza di rinnegare loro stessi e di ripartire da zero. Schwazer ha chiamato un perplesso Donati, gli ha chiesto aiuto. Donati, il professore che per una vita ha combattuto lo spettro del doping e soprattutto gli squali della sua filosofia, all'inizio non voleva saperne. Ma poi ha accettato la sfida. Perché proprio lui, e forse solo lui, avrebbe potuto dimostrare che un atleta se è il più forte non ha bisogno di barare. Ci stavano riuscendo. E stavano per ricevere quell'applauso che Carlo non ha mai sentito. Lo avrebbero fatto davanti al mondo. Alle Olimpiadi. Ma li hanno fermati. In tempo per bloccare l'applauso e per levare dalla testa della gente questo rivoluzionario pensiero che il migliore possa arrivare prima di qualcun altro senza barare. Lo stesso pensiero che ha provato fino all'ultimo dei suoi giorni a trasmettere Carlo. E allora gli va detto chiaro oggi. «Tu ci sei riuscito, Carlo». C'è riuscito Narducci. C'è riuscito Donati. C'è riuscito lo stesso anche Schwazer. Ci sta riuscendo Giuseppe Manfridi portando in giro per l'Italia Il Gesto di Pedro. Voi non avete bisogno di applausi di risarcimento. Voi siete i nostri campioni.

Carlo la redenzione l'aveva cercata sui libri. Prima leggendo, poi scrivendoli. Ha scritto la sua storia, poi si è appassionato a quella degli altri. Per primo ha scoperchiato il nauseabondo puzzo che usciva dal fascicolo in cui era stata archiviata l'inchiesta sulla morte di Donato Bergamini. Ha riscritto quella storia come solo un cronista di razza può fare. Andando nei luoghi, incontrando i testimoni, parlando con la gente, scavando dentro la superficie di omertà dietro cui avevano protetto mandanti e assassini. È stato anche merito suo se l'inchiesta è stata più volte riaperta, ma in certe cronache dei tempi più recenti c'è chi questo merito non glielo riconosce. E poi si è concentrato su altre malefatte del mondo del calcio, da Moggi ad altri diavoli, lui che ne aveva vissute diverse sulla sua pelle, da vittima e da carnefice. Senza mai reclamare un briciolo di comprensione, di attenuante, di scusante. Ha pagato tutto, di fronte alla legge degli uomini e a quella del suo dio, e tutto ha confessato. Usando una durezza nei confronti di se stesso che non aveva precedenti e non ha ovviamente avuto seguiti nella storia del calcio italiano. Ha saputo chiedere scusa. Come fece in quel freddo pomeriggio di 42 anni fa quando dopo aver sbagliato un paio di gol di quelli "a botta sicura" si fermò per un attimo, alzò entrambe le mani e rivolgendosi alla sua Curva Sud chiese scusa. Quanto altri giocatori lo avevano fatto prima e quanti altri dopo? Non ce n'è traccia. Carlo Petrini si è arreso a quattro diversi tumori, dopo aver lottato come un leone, il 16 aprile del 2012. Non avrà mai un posto in alcuna hall of fame, ne meriterebbe uno enorme nel cuore di ognuno degli appassionati di calcio. Intanto in quello dei romanisti ci sta benissimo. Anche noi sappiamo chiedere scusa. Nei suoi confronti, per esempio, ci stanno benissimo.