E così ieri dopo qualche settimana di silenzio si è tornati a parlare del nuovo stadio della Roma. Complice sicuramente la condanna di Gaetano Papalia a 3 anni di reclusione, per l'accusa di bancarotta patrimoniale. Complici sicuramente le indiscrezioni lanciate da Il Tempo circa la possibilità che i nuovi proprietari della Roma vogliano (o meglio ancora possano) rinunciare all'idea di Tor di Valle. La notizia non è poi così nuova, né inattesa. E non perché la Roma voglia rinunciare all'area dell'ex ippodromo, o prendersi un anno per decidere il da farsi. La realtà è molto più banalmente che allo stato attuale delle cose, a viale Tolstoj, hanno capito come da questa amministrazione non sia possibile aspettarsi nulla, e quindi se proprio bisogna aspettare le prossime elezioni, meglio sfruttare questo tempo per fare tutte le verifiche del caso. Insomma il prodotto non cambia, ma i fattori vanno invertiti. E questo sposta molto le intenzioni del club. Tutto in questa città è sempre andato tremendamente piano, e lo ha fatto ancor più in questi ultimi anni. E come se non bastasse ci si è messa di mezzo anche una pandemia, che sta costringendo tutto il calcio a rivedere e rivalutare le proprie scelte. La Roma e i suoi dirigenti, in particolare il nuovo arrivato Scalera, vogliono capire in che direzioni si sta andando, ed ancor più quali saranno le reali tendenze post Covid. Come evidenziato da molti studi è probabile che i nuovi stadi dovranno tener conto di nuovi parametri di distanziamento e di sicurezza, come pure è probabile vi sia un fisiologico calo degli spettatori. Per questo motivo il progetto va quantomeno ponderato a fondo. Ed allora nella sfortuna, questo tempo di attesa può risultare prezioso per evitare di fare il passo più lungo della gamba, e quindi costruire un impianto (e quanto ad esso connesso) sovradimensionato rispetto alle reali esigenze del club. Questo ci sarebbe dietro il pazientare della Roma. O meglio questo principalmente. Perché poi è vero che il progetto targato Pallotta e Parnasi calza poco alle esigenze di Friedkin e Vitek. In epoca di smart working costruire sette palazzine di uffici rischia di essere un colossale buco nell'acqua. E se questo investimento dovesse risultare infruttuoso, non si giustificherebbero gli oltre 300 milioni di opere pubbliche da realizzare a compensazione. Ed ecco quindi la seconda ragione di questa sfiancante attesa: quella economica. Il progetto rimodulato dalla Raggi rischia di non essere finanziariamente sostenibile. Starà a Vitek ed alla sua CPI stabile se e come ridimensionare l'investimento. Quindi pandemia e questioni finanziarie.

Il nodo Roma-Lido

La terza ragione è quella politica. La sindaca Raggi non riesce a trovare un accordo con la Regione sulla gestione della ferrovia Roma-Lido e questo blocca l'iter. A pochi mesi dal voto, al momento ipotizzabile tra maggio e giugno, è improbabile, o anche impossibile, che questa situazione si sblocchi. Quindi la società valuterà seriamente come e se procedere. In questo senso però va detto chiaramente che, se pure il progetto dovesse essere rivisto, è molto probabile che l'area resti comunque quella di Tor di Valle. E questo perché cambiare zona comporterebbe un azzeramento dell'iter, e quindi la perdita di almeno 3-4 anni di lavoro. A questo si deve il silenzio delle parti coinvolte, che non vogliono lasciare spazio a speculazioni controproducenti per tutti (la Roma è pur sempre quotata in borsa). Insomma rispetto a ieri non cambia molto. Come fatto filtrare dalla società giallorossa ormai da mesi: Tor di Valle resta la prima scelta, ma non l'unica.