Occorre purtroppo fare nuovamente chiarezza (per quanto ci sia possibile) su quel che accade intorno al progetto per il nuovo stadio della Roma. Perché ogni giorno che passa gli elementi che vengono offerti all'opinione pubblica sono spesso contrastanti e discordanti, ed è comprensibile come poi i tifosi, o anche solo i cittadini, possano andare in confusione. Ed ecco che ieri è esplosa la notizia secondo cui la Roma vorrebbe rivedere il vincolo di strumentalità tra l'impianto e la squadra, oggi fissato per delibera a 30 anni. Notizia che trae spunto da una missiva del Comune, anzi della direttrice del Dipartimento Urbanistica del Comune, la dottoressa Cinzia Esposito ai proponenti in cui si osservano alcune criticità che metterebbero a rischio il pubblico interesse come votato nel giugno del 2017.

La prima cosa che occorre, urge, chiarire è la natura della "lettera" inviata il 13 maggio scorso ai proponenti. Non si tratta infatti di un testo scritto da zero dall'architetto Esposito ed inviato alla Roma, come sorta di ultimatum, bensì di uno scambio puntuale tra le parti sulla base del lavoro fatto congiuntamente nei mesi precedenti. Insomma per spiegarla in modo ancora più semplice la situazione è questa: i due soggetti coinvolti (Comune e privati) si stanno vedendo per scrivere (insieme) la Convenzione Urbanistica; dopo i primi incontri i privati inviano una bozza al Dipartimento, cui risponde punto per punto la dottoressa Esposito, evidenziando quelli che lei ritiene essere passaggi da correggere; le parti non rompono affatto, prova ne è che dopo quel 13 maggio i due soggetti continuano ad incontrarsi. In estrema sintesi questo è quanto accaduto nel metodo. E veniamo al merito.

Sembra quantomeno improbabile che i proponenti vogliano ora rimettere in discussione quanto approvato (e concordato con grandi difficoltà) nel 2017, e quindi il vincolo trentennale. E questo per due ragioni piuttosto semplici. La prima è molto semplicemente che non sta nelle facoltà del privato cambiare documenti e delibere pubbliche. Anche in questo caso vogliamo farla più semplice: la Roma ed Eurnova non chiedono di rivedere il vincolo semplicemente perché non possono farlo.

La seconda ragione è poi forse ancora più convincente. Se infatti i privati riuscissero a far passare nella Convenzione anche un solo passaggio insignificante (figuriamoci la cancellazione del vincolo) che vada a modificare una qualsiasi delibera precedentemente approvata, si tratti del pubblico interesse del giugno 2017 o del verbale della Conferenza dei Servizi del gennaio dello scorso anno, si esporrebbero inevitabilmente a ricorsi, questa volta fondati, che metterebbero a serio rischio la realizzazione dell'opera. Tradotto: non conviene finanziariamente cambiare gli accordi già presi.

La verità è che il Comune di Roma si è legato mani e piedi ad un progetto in cui l'investimento pubblico esiste ed è consistente (contrariamente a quanto previsto nel progetto iniziale di Ignazio Marino), a fronte però di casse vuote. Il parere del Politecnico di Torino, che la sindaca non era in alcun modo obbligata a chiedere, e che infatti non ha valore legale che possa vincolare alcunché, politicamente però impegna l'amministrazione capitolina ad una serie di interventi sulla mobilità che oggi si cerca di caricare sulle spalle del privato. È infatti il Politecnico a chiedere che le opere previste nel Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (il Pums) vengano tutte realizzare prima dello stadio.

Peccato che il Pums sia appeso ad un filo e che non sia ancora nemmeno chiaro se il Governo nazionale intenda finanziarlo o meno. «Sicuramente tra agosto e settembre avremo delle risposte a livello nazionale», ha dichiarato l'assessora alla città in movimento (volgarmente Mobilità) di Roma Linda Meleo a margine di una conferenza nazionale sui piani urbani di mobilità sostenibile. Fatto questo che sostanzialmente costringe il Campidoglio a prendere tempo prima di procedere con Variante e Convenzione, in attesa di risposte dal Governo.

Un fatto nuovo che però rende più comprensibili le ultime mosse dei dirigenti capitolini, e che purtroppo allontana ancora di più la possibilità di iniziare i lavori entro la fine di questo anno. Eppure era solo il 5 febbraio scorso quando Virginia Raggi annunciava pubblicamente che «lo stadio si fa e i proponenti, se lo vogliono, potranno aprire i cantieri già entro l'anno». Ma si sa che in politica, come nella vita, contano i fatti e non le parole.