Brutto scherzo quello fatto ieri dal Municipio IX di Roma alla sindaca della Capitale Virginia Raggi. Uno scherzo che come vedremo non ha e non avrà una valenza reale, ma che politicamente pesa sulla testa della prima cittadina di Roma, alle prese con i dissidi interni alla propria maggioranza. E così se poche ore prima la Raggi poteva tirare un sospiro di sollievo (paradossale) per quanto accaduto pochi chilometri più in là, al Municipio XI, sfiduciato e quindi commissariato, il pomeriggio di ieri invece tornava a preoccupare la maggioranza capitolina.

Infatti il Municipio guidato da Dario D'Innocenti, quello del fuoriuscito Paolo Mancuso (che lo scorso mese aveva fatto votare una mozione contro lo stadio di Tor di Valle alla Commissione Urbanistica da lui presieduta), quello che vede nel proprio territorio oltre all'area dell'ippodromo, anche i nuovi uffici della Roma e il centro sportivo di Trigoria, ha approvato la mozione Fassina-Grancio che chiede l'annullamento in autotutela della delibera di pubblico interesse sullo stadio. Nella sala consiliare di Largo Peter Benenson si è consumato un piccolo golpe forse atteso, ma il cui eco rischia di far male alla sindaca.

Con l'astensione dei 14 (su 24) consiglieri del Movimento si è potuto approvare quindi il parere sulla delibera presentata dall'esponente di LeU Stefano Fassina e dall'ex 5 Stelle Cristina Grancio. Ovviamente a favore i 9 esponenti dell'opposizione, tutti compatti, dal PD a Forza Italia, a Fratelli d'Italia. Trionfante la Grancio, che a margine dei lavori del consiglio municipale ha dichiarato: «Il parere favorevole del Consiglio del Municipio IX alla proposta di delibera da me presentata per l'annullamento dello stadio a Tor di Valle è un segnale molto forte che viene dal territorio più direttamente coinvolto da un progetto sbagliato, un segnale che ora non potrà essere ignorato dal Campidoglio».

Al voto di ieri ha risposto indirettamente il Presidente Vicario dell'Assemblea capitolina, Enrico Stefàno, che a FanPage ha ricordato come esista «già una delibera votata in Assemblea Capitolina quasi due anni fa, che ha ribadito l'interesse pubblico nel realizzare quell'opera», e che quindi «se non ci sono evidenze di fatti che portano delle criticità sotto il punto di vista penale e amministrativo» c'è «il dovere di andare avanti».

Insomma la volontà politica dell'amministrazione cittadina resta ferma e forte, ma la base si fa sempre più rumorosa e il rischio di dover fronteggiare un'opposizione interna agguerrita si fa concreto. Vanno però ricordati due aspetti estremamente significativi in questa vicenda, entrambi tecnici, ma senza possibilità di interpretazione. Innanzitutto il voto espresso dal Municipio IX ieri non è assolutamente vincolante per l'Assemblea comunale che dovrà esprimersi a sua volta sulla delibera Grancio-Fassina nelle prossime settimane. Anzi il voto di ieri è meramente consultivo.

Certo con un peso politico da decifrare, ma sul piano istituzionale vale quanto una semplice raccomandazione. Secondo aspetto, e forse più determinante, la delibera contro lo stadio sarebbe inapplicabile. L'annullamento in autotutela va infatti esercitato entro 18 mesi dall'approvazione del pubblico interesse, cosa avvenuto nel giugno del 2017. Si è quindi oltre il tempo limite consentito dalla legge. Di questo è convinta la Roma, la sindaca, e soprattutto l'avvocatura capitolina. Sarà importante il lavoro dell'ufficio di Presidenza di Palazzo Senatorio, che addirittura potrebbe decidere di non mettere nemmeno al voto la proposta dei due consiglieri di opposizione. La partita (politica) è aperta, e la Raggi dovrà dimostrare la propria forza nel gestire la maggioranza che guida da tre anni. Lo stadio si deve fare. È un diritto della Roma. È un diritto di Roma.