Famolo. Fatelo. Lo facciano. La persona è relativa. A questo punto (ma anche a quello di partenza, in situazioni normali) conta il verbo. Fare. Lo Stadio della Roma è da fare. Senza se e senza ma: tutti quelli possibili - e perfino gli altri surreali - sono già stati disseminati dagli ostacolatori di professione. Salvo essere sistematicamente soverchiati da un progetto che ha già attraversato tre giunte comunali di differente colore (più una gestione commissariale). Con tutte le modifiche del caso. Ottenendo sempre approvazione. Perché al di là delle resistenze pregiudiziali e strumentali, non c'è una sola ragione per cui non debba essere realizzato. Che sia un'opportunità più unica che rara per la città, è ormai di dominio pubblico. Come sono più che noti i vantaggi che ne deriverebbero, per tutti: dalla creazione di nuovi posti di lavoro, alla crescita del Pil regionale, alla riqualificazione di un intero quadrante attualmente in balìa del nulla (parlando per eufemismi, perché da quelle parti regnano degrado architettonico, incuria ambientale e discariche a cielo aperto). Tutto a costo zero per le casse pubbliche. Queste le considerazioni sul tessuto urbano.

Ne esistono di differenti, che chi ha a cuore le sorti della squadra della Capitale dovrebbe avere ancora più chiare. Possibilmente cercando di evitare le trappole tese da chi è invece storicamente ostile. Fateci caso: sono loro i veri oppositori dell'opera. Ci provano con ogni mezzo - mediatico, politico, metapolitico - a contrastarne la realizzazione. Perché sanno bene che il nuovo stadio equivarrebbe a una crescita esponenziale, in ogni ambito. Come dimostrano tutte le esperienze simili, prima fra tutte quella juventina, che guarda caso vive il periodo più florido di una storia già ultravincente da quando dispone dell'impianto di proprietà. Lo suggerisce anche il più banale dei sillogismi: maggiori introiti moltiplicano i fatturati, che aumentano disponibilità, che arricchiscono la squadra. La nostra in questo caso. La Roma.

Se davvero vogliono «riportare la gente allo stadio» come da manuale del facile slogan applicato al calcio, è questa l'occasione. Anche per fornire un posto sicuro, accogliente, magari a costi diversi da quelli in uso negli impianti attuali (che riescono nell'impresa di unire l'inutile spesa elevata alla poco dilettevole visione disagiata), che aiuti a evitare le derive violente. Costituirebbe un metodo molto più efficace rispetto a chiusure di sorta, indiscriminati divieti o insensate barriere. L'insostenibile pesantezza dell'essere privi di una casa propria ceda il passo. Si spera a partire dal 2019, che di giorni dall'avvio del progetto, come scriviamo da tempo sotto la nostra testata, ne sono passati 2.529. Un'eternità. L'ultimo stadio di proprietà è stato demolito 78 anni fa. Almeno tre generazioni di tifosi da Campo Testaccio. Lo stadio è un sogno tutto romanista, ma non consegnato al tempo. Nessuna gioia da tramandare ai figli: resterà lì. E potranno goderne anche loro. Niente più spazi da affittare, niente più condivisioni con quegli altri, nessun impedimento visivo o logistico. Famolo. Fatelo. Subito.