Primavera, Almaviva in crescendo. Il presidente del Savio: "A 4 anni era un piccolo fenomeno"
Parla Paolo Fiorentini, che lo ha avuto anni fa nella sua società: "Vederlo era uno spettacolo, liquidò il Barcellona con una tripletta. Ora la Roma dovrà valorizzarlo"
(GETTY IMAGES)
La fascia di Totti, le stagioni in ombra, poi la convocazione di De Rossi e quell'esordio non ufficiale, nel 2024, a Perth. Mattia Almaviva si sta riprendendo nella Roma Primavera quello che ha lasciato per strada, negli ultimi anni, a suon di prestazioni di livello. Con Guidi ha iniziato ad agire a trequarti, in coppia con Maccaroni: da lì in poi, dopo un inizio di stagione in cui è stato poco considerato, non ha deluso. Nelle ultime 8 gare, 419 minuti, 3 gol e 4 assist. Numeri e giocate di qualità. Un tuffo nel passato, a quando, da piccolo, stupiva tutti al Savio Calcio, il cui presidente Paolo Fiorentini ha raccontato i segreti e la scalata del numero 11 giallorosso in un'intervista a Il Romanista.
Quando arrivò Almaviva al Savio Calcio?
"Venimmo nel nuovo centro sportivo nel 2008. Ce lo consegnò Metro C. Al tempo, però, c'erano problemi alle caldaie e il papà di Almaviva, tecnico specializzato, venne a fare sopralluoghi. Portava sempre con sé Mattia, che aveva 4 anni. Lui mi chiedeva un pallone e iniziava giocare a calcio: a 4 anni era un piccolo fenomeno, faceva quello che voleva. Era meraviglioso vederlo, un incanto".
E poi?
"Vennero più di una volta. Dissi al papà: 'Perché non lo iscrivi alla scuola calcio del Savio?'. Era il 2010-2011, lo fece. All’epoca si potevano iscrivere i bambini con almeno 6 anni; lo facemmo giocare coi bambini di 6 anni e spopolava, era uno spettacolo. In quel periodo, quando si iscrisse alla scuola calcio coi più grandi, facevamo tanti tornei fuori. Andammo a Terni e Mattia vinse praticamente da solo il torneo. L’anno dopo, il secondo al Savio, lo inserimmo nel gruppo dei 2005: facemmo una finale al Torneo Galeazzi contro la Lazio e finì 4-1, con una sua tripletta da sotto età!".
Un numero impressionante.
"Finita la stagione, fu chiamato per un campus a Trigoria: lo presero subito. I più piccoli erano del 2005 e sempre per quelle questioni fu aggregato al centro dell’Acqua Acetosa, con la Roma. Quando fece i 6 anni, andò a Trigoria. Prima, però, prese parte a un torneo a Varsavia. Ho un particolare da raccontare: a vincere fu la Roma, che giocò la finale contro il Barcellona; Almaviva fece 2 gol e addirittura il Barça chiese di avere notizie su di lui!".
Aveva già un ruolo definito a quell'età?
"Oggi è il classico trequartista con tecnica individuale di prim’ordine. E sa fare anche la seconda punta. Ma giocatori del genere non devono avere un ruolo ben definito subito: devono giocare dove rendono al massimo. Vicino alla difesa avversaria, Mattia può fare gol in ogni momento. Non è un attaccante o un centrocampista. Un giocatore con quelle caratteristiche ha inventiva e fa gol quanno je pare".
Ed era un leader?
"Era vivace! Venendo dalla periferia, giocava per strada. Uno di quei ragazzi che hanno caratteristiche di un calcio antico, fatto di parrocchia, oratorio, campetti… Quando veniva a trovarci, faceva cose fuori di testa. Il talento si vede. Ha avuto un momento di offuscamento, ma ora sta tornando a certi livelli e può far bene. Servono sempre fortuna, la giusta società e il giusto tecnico. Ma il talento, quello, resta sempre".
Che cosa avete provato al passaggio alla Roma?
"Fu un piacere. Ne ho visti passare decine e decine in tutte le società d’Italia, io cerco di valorizzare il talento di quei ragazzi. La soddisfazione c'è quando se ne vanno e, poi, quando li seguiamo da lontano!".
Pensa che la fascia simbolica di Totti abbia condizionato la sua carriera?
"Quando era un ragazzino aveva la crescita libera da vincoli. La fascia non era un'indicazione futura: era un momento di piacere che Totti regalava ai capitani più giovani. Mattia poteva essere considerato uno dei più bravi, ma da lì ad avere certe aspettative c'è di mezzo un mondo. Per lui può essere stato uno stimolo maggiore. Nel calcio serve pazienza. Apro una parentesi: quando ero alla Roma, De Rossi iniziò a giocare nella formazione giovanile di Ugolotti, che non lo vedeva tanto. Quando Bencivenga prese quel gruppo, lo mise a centrocampo; prima Daniele giocava esterno sinistro. Da lì, diventò quel che è diventato".
Ora sta facendo molto bene in Primavera. Ma lo vede tra i giovani di Gasperini?
"Penso che non sia ancora il suo momento. Ora la Roma deve raggiungere risultati e portare avanti l’esperienza e la professionalità dei giocatori più navigati. Se ci fossero state altre circostanze, sì. Ma bisogna ricordarsi che anche se si viene convocato e si giocano 10’ e basta, non è stato fatto nulla. Non avendo un grosso fisico, dovrebbe essere apprezzato per le qualità tecniche. Spesso non è stato un titolare inamovibile nelle giovanili. Ora, stando nella Primavera, è all’epilogo del suo percorso. Sarà la Roma stessa a dover cercare di valorizzarlo. Gli auguro che col tempo, con continuità tra i professionisti, possa giocare. Alla Roma o altrove".
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