Al Centro di Preparazione Olimpica dell'Acqua Acetosa non vola una mosca. È mattina e il sole batte sui campi da calcio ancora vuoti. C'è però Elisa Bartoli, capitano della squadra femminile della Roma, che quest'anno gioca la sua prima stagione. Nata a Roma nel 1991, non ha mai nascosto la sua voglia di indossare la maglia della squadra per cui tifa da sempre. «A volte, quando entro in campo con quei colori indosso, provo una tensione e un'adrenalina che non riesco a gestire». Domenica alle 12.30 lo farà al Tre Fontane contro la Juventus, per l'esordio in casa della nuova squadra giallorossa, di fronte a una cornice di pubblico che si annuncia imponente per una partita di calcio femminile. Solo due le partite giocate in campionato finora dalle ragazze allenate da Betty Bavagnoli, zero i punti raccolti, ma Elisa Bartoli è sicura: «C'è tutto, ma proprio tutto, affinché sia una grande stagione. Stiamo insieme da poco ma siamo un gruppo molto unito. Manca solo la vittoria, che arriverà. Sono tranquilla». E allora non resta che aspettare domenica ascoltando le parole del Capitano. Che, nonostante si definisca una persona di poche parole, ha tanto da dire.

Partiamo dall'inizio. Cioè da quando ti ha chiamato la Roma.
«È successo in primavera. Già si vociferava da un po' che la Roma sarebbe entrata nel mondo del calcio femminile. Dopo la proposta, tornavo a casa e ci pensavo, ma avevo ancora il campionato da finire con la Fiorentina, ero concentrata su quello. A fine stagione avrei preso la mia decisione. Finito il campionato sono venuta qui a Roma, ma la Fiorentina ha provato a tenermi a tutti i costi. Io già sapevo dentro di me quale sarebbe stata la mia scelta: a Firenze ho vissuto anni bellissimi, ma da romana e romanista la risposta era sicura. Poi quando mi hanno fatto vedere la maglia con scritto il mio nome e la fascia di capitano stavo per piangere. Anche se servirà tempo, il mio sogno è vincere qualcosa con la Roma».

Poi Piazza di Spagna: la presentazione della squadra, tu che scendi la Scalinata con De Rossi.
«Io non parlo volentieri in pubblico, faccio un po' fatica. Ma sono il capitano quindi mi tocca. Quando mi hanno detto che dovevo scendere le scale con De Rossi e poi parlare al microfono, mi sono fatta il segno della croce… Ma poi è andato tutto bene. Quella giornata è stata un'emozione grandissima, un sogno. Ci ho messo qualche giorno a realizzare cosa stavo vivendo, la mattina dopo mi sono svegliata e mi sono chiesta se fosse successo davvero. De Rossi mi ha abbracciata, è stato molto disponibile e si vedeva che lo faceva volentieri».

Il tifoso romanista non era abituato al calcio femminile.
«Sono sorpresa, infatti. Su Instagram mi scrivono in moltissimi, sento che abbiamo riscosso interesse. Non mi aspettavo nemmeno tutte le bambine che mi hanno chiesto gli autografi fuori dal Tre Fontane dopo l'amichevole con la Florentia. Adesso è importante portare a casa punti per dare ulteriore entusiasmo all'ambiente. Speriamo che questa vittoria, che meritiamo, arrivi già domenica contro la Juventus».

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Non è stato l'inizio di campionato che sognavate.
«Nella prima partita a Sassuolo dovevamo fare di più, non abbiamo espresso al massimo quello che dovevamo fare. Col Verona, invece, due traverse, due gol annullati, un gol preso su una punizione dubbia al loro primo tiro… Ci è mancato solo il gol. Il resto è stato fatto bene».

Per questa domenica al Tre Fontane cosa vi aspettate?
«Dopo due sconfitte penso non ci sia nulla di meglio che affrontare la Juventus e provare a rubare punti proprio a loro. Non so perché ma ho la sensazione che sia la giornata giusta per risollevarci. Noi non abbiamo nulla da perdere, sappiamo che è una squadra che deve andare a vincere il campionato. Sono uscite dalla Champions e hanno perso la Supercoppa, quindi hanno fame. Noi ci stiamo allenando in maniera molto serena, entreremo in campo senza cambiare il nostro modo di giocare. Siamo certe che prima o poi raccoglieremo i nostri frutti».

Avreste voluto rifarvi prima?
«La sosta e il rinvio della seconda giornata un po' ci hanno dato fastidio. Volevamo riscattare subito la prima sconfitta. Invece adesso quella col Tavagnacco sarà una partita infrasettimanale, quindi potremo lavorarci poco e giocheremo una volta ogni tre giorni».

Lo spogliatoio è ricco di ragazze che hanno avuto esperienze all'estero. Cosa aggiungono alla squadra?
«Hanno più tranquillità nell'affrontare determinate partite. Noi siamo un gruppo molto giovane, forse ora stiamo accusando anche questo: a volte ci manca un po' di cattiveria, un po' di furbizia, quei piccoli dettagli che poi ti fanno vincere le partite. Dall'estero si deve prendere la mentalità: in Germania si allenano come macchine e in partita corrono dal primo all'ultimo secondo. A volte dopo una sconfitta le vedi serene, io non ci riesco, ma credo sia un aspetto dell'essere professioniste».

A proposito di professionismo, il calcio femminile sta cambiando. Tu e le tue compagne avete un passato comune?
«Sì, io e tutte le ragazze del calcio femminile italiano condividiamo una storia che è fatta di sacrifici e di diritti conquistati solo negli ultimi anni. Molte di noi si sono dovute confrontare con società che non riuscivano a pagare gli stipendi per mesi. Anche a me è capitato di aver preso dieci mesi di stipendio in tre anni in una squadra considerata sportivamente di alto livello. Si continuava a giocare per entusiasmo e per passione. Quando ho giocato alla Torres, in Sardegna, ci svegliavamo alle quattro di mattina per prendere l'aereo: una passeggiata al centro commerciale e poi si giocava. Affrontavamo partite con quattro o cinque ore di sonno alle spalle, perché veniva scelto il volo più economico. Tutto ciò mi ha dato la forza di apprezzare quello di cui posso godere adesso che gioco in un club di alto livello: strutture, staff, organizzazione... Spero che le ragazze che iniziano a giocare oggi capiscano la fortuna che hanno e che non perdano la voglia di sacrificarsi. Io sono felicissima per loro perché con gli strumenti e gli allenamenti che hanno ora possono raggiungere un livello sportivamente altissimo».

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Tu come ti sei formata?
«Io sono nata nella zona di Ponte Milvio e ho iniziato a giocare assieme a mio cugino nel cortile di mia nonna, poi sono andata a giocare alla Nuova Milvia, una squadra maschile. Questo ha tirato fuori tutta la mia cattiveria agonistica, sui campi in terra dove con una scivolata ti rovinavi. Giocavamo in campi che non avevano nemmeno lo spogliatoio, si usciva col cappotto e si andava a fare la doccia a casa».

Oltre alla parte sportiva, anche culturalmente sta cambiando qualcosa in Italia?
«Sì, siamo molto più seguite. Con la Nazionale siamo arrivate ad avere migliaia di spettatori, prima ce n'era qualche centinaio se andava bene. Quando ho vinto il campionato con la Fiorentina c'erano diecimila persone allo stadio».

Solo tre anni fa Felice Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, se ne usciva con la frase "Basta dare soldi a queste quattro lesbiche". Sta cambiando in fretta questo calcio femminile.
«Con l'ingresso dei grandi club del calcio maschile le persone si stanno aprendo e stanno manifestando più interesse. E poi siamo nel 2018, è anche l'ora che si apra la mente. Anche se poi ci sono ancora quelli che se ne escono con frasi incommentabili, ma che dobbiamo fare? Io vedo persone che ci scrivono, ci seguono, ci sostengono… Quattro anni fa era impensabile. L'altro giorno siamo stati da Mattarella per il 120° anno della Figc, stavamo in mezzo ai calciatori della nazionale maschile, una cosa impensabile anni fa».

Quindi vi sentite anche più spalleggiate dalle istituzioni.
«Sì, sicuramente la storica qualificazione ai Mondiali 2019, avvenuto dopo vent'anni che l'Italia mancava, è servita molto. Ha dato quella spinta che ha fatto capire che serve investire sul calcio femminile».

Quanto può ancora migliorare la situazione delle calciatrici italiane?
«Se potessimo accedere al professionismo, staremmo più tranquille per la nostra vita dopo la fine della carriera. E non parlo solo delle quattro squadre che provengono dal mondo del calcio maschile, intendo per tutte le dodici squadre della Serie A. Per molte ragazze ci sono ancora problemi di stipendio, alcune prendono solo un rimborso di 200-300 euro per la benzina. Con l'avvento del professionismo noi calciatrici riusciremmo a fare solo le calciatrici».

A quali difficoltà vanno incontro le bambine che vogliono giocare a pallone?
«Adesso vedo che ci sono parecchie scuole calcio, sicuramente più dei tempi miei, quando non si parlava nemmeno di calcio femminile. Ora invece è più pubblicizzato, ci sono scuole calcio di livello e allenatori preparati. Sta anche diminuendo il pregiudizio nei genitori, prima si pensava che fosse uno sport solo maschile, ora sono più aperti e portano le figlie a giocare a pallone anche a sei o sette anni».

Qual è la vostra giornata tipo?
«Ci vediamo qui e pranziamo insieme alle 12.30. Un caffè, una chiacchierata e poi iniziamo a fare palestra e tutto ciò che comporta il pre-allenamento. Alle 15 iniziamo la seduta vera e propria, che finisce alle 17, poi si va a casa. Abbiamo la fortuna di abitare tutte insieme in alcuni appartamenti, a volte usciamo a cena tutte quante. Siamo un gruppo molto unito, nonostante stiamo insieme da nemmeno sei mesi. Ci mancano veramente solo i 3 punti. Tutto il resto c'è».

Cosa vi chiede l'allenatrice?
«Ci chiede un gioco corto e tanta aggressività. La voglia di correre l'una per l'altra anche se l'altra sbaglia. Incitamento tra noi. Vuole che non buttiamo mai la palla, dobbiamo sempre cercare sempre di giocarla. E dopo questa partita ci ha chiesto di essere più cattive sotto porta».

Raccontaci la tua storia di tifosa romanista.
«Credo che già in culla avevo la sciarpa giallorossa. Ho sempre visto le partite con dieci-quindici persone in una stanza, vengo da una famiglia molto romanista. Mi ricordo ancora mio padre che ogni volta che perdeva la Roma non voleva andare al lavoro il lunedì. Sono cresciuta così. La prima squadra a chiamarmi è stata la Lazio quando avevo dodici anni, ma nemmeno ho voluto sentirli, ho detto subito di no. Poi dopo mi hanno chiamato sia nuovamente la Lazio sia la Roma Calcio Femminile, società attualmente in Serie B, dove sono stata sei anni. All'ultimo derby sono andata allo stadio con mio cugino: al gol di Kolarov mi ha quasi buttato in campo. Avevo gli occhi lucidi… Gli amici mi dicono che non mi rendo conto quanto cambio durante le partite della Roma. Penso sia vero. Quando abbiamo presentato la squadra a Piazza di Spagna mi hanno detto tutti che si vedeva che ero felice, ed è così».

Vedremo allora quanto lo sarai quando entrerai al Tre Fontane per l'esordio in casa.
«Spero che vengano in molti. Indossare quella fascia contro la Juventus alla prima di campionato in casa penso che sia un'emozione indescrivibile. Due giorni fa ho detto a una mia amica che sono più tesa ad entrare in campo con la maglia della Roma che con quella della Nazionale. Provo una tensione e un'adrenalina quando entro in campo con questa maglia addosso che a volte non riesco a gestire. E di partite importanti ne ho fatte in carriera. Non è facile indossare questa maglia e questa fascia. Pesano. Ed è un peso che porto volentieri».

Intervista di Valerio CurcioLeonardo Frenquelli