C'è ancora una volta lo Spezia a marchiare la strada di Paulo Fonseca. A quattro mesi esatti dall'ultima sfida. Domenica prossima sarà quella del visto definitivo per il tecnico: destinazione ancora ignota, l'unica certezza è che non si tratterà più di Roma. Il portoghese chiude la sua avventura biennale in giallorosso con una gara che indubbiamente avrebbe potuto valere molto di più nelle premesse d'inizio stagione, ma che continua a contare molto anche in prossimità del traguardo.

Una vittoria contro i liguri (già salvi dalla scorsa settimana) garantirebbe alla Roma la qualificazione alle prossime coppe europee, nella minore delle competizioni, la Conference League, che però dopo il tortuoso cammino in questo campionato resta davvero il minimo sindacale da garantire alla gente romanista. E per l'allenatore potrebbe rappresentare anche una discreta eredità da lasciare in dote al suo successore designato, il connazionale José Mourinho. Sulla necessità di conquistare (e sbandierare in faccia agli avversari) titoli, lo Special One ha costruito parte consistente della propria fama, dimostrando di non snobbare alcun torneo: disputare una competizione internazionale e cercare di iscrivere il proprio nome in testa all'albo d'oro sarebbe uno stimolo ulteriore per sé e per il club.

Ma il futuro comincia nel presente. La condizione necessaria per arrivare a nutrire altre e alte ambizioni consiste nell'evitare scherzi di cattivo gusto domenica. Con tre punti la Roma si metterebbe al riparo da qualsiasi notizia in arrivo dal Mapei, dove l'inseguitrice Sassuolo se la vedrà contro gli sconfitti dell'ultimo derby, ormai privi di ogni stimolo in classifica e già congenitamente propensi a fare sgambetti alla squadra della Capitale. Un eventuale pareggio al "Picco" imporrebbe calcoli su differenza reti e gol realizzati rispetto ai neroverdi, se questi dovessero vincere con ampi scarti. Per non parlare di risultati peggiori.

L'indirizzo al commiato di Fonseca e in parte alla prossima annata lo darà dunque lo Spezia, al terzo incrocio stagionale coi giallorossi. Di segno opposto i due precedenti: il primo drammatico, con l'inopinata eliminazione dalla Coppa Italia, gli scossoni societari successivi al pasticcio del sesto cambio e il diverbio fra l'allenatore e l'allora Capitano Dzeko, da quel momento in poi degradato. È forse in quella giornata, che più storta non potrebbe essere, che il destino di Paulo muta indirizzo. Qualche giorno dopo in campionato arriverà il colpo di coda sempre contro la squadra di Italiano, col gol di Pellegrini in pieno recupero e quell'esultanza di gruppo mai così piena, partecipata dallo stesso tecnico. Ma si tratta di un lampo che illude: il girone di ritorno si rivela disastroso, mitigato soltanto dal lungo cammino in Europa League. Il posto utile per accedere alla Champions tanto a lungo occupato, viene mollato con irrisoria facilità.

In primavera cominciano a balzare agli occhi altre tracce simmetriche del biennio fonsechiano. Sulla falsariga di quanto avvenuto nella stagione precedente, fino a Natale la squadra porta a casa risultati convincenti, ma crolla da gennaio. Gli infortuni che hanno funestato la prima esperienza del portoghese si ripetono con inquietante regolarità. Le reti incassate sono una valanga (107 solo in Serie A, 140 complessive), nonostante i cambi di modulo. Differenze sostanziali fra le due stagioni si riscontrano solo negli scontri diretti: nettamente migliore il bilancio della prima, di sostanziale parità con le dirette contendenti; catastrofico il secondo, salvato in prossimità del gong dalla netta vittoria nel derby.

Valutazione a parte meritano le avventure europee. Terminata agli ottavi e senza appello la scorsa edizione, nella singolare coda estiva. Da testacoda quella appena disputata, in cui la Roma mortifica un percorso da applausi con una semifinale d'andata sconfortante: a Old Trafford i sogni di gloria si spengono nel peggiore dei modi e il successo nel ritorno serve soltanto a uscire con dignità. Da lunedì si volta pagina, ma prima serve l'epilogo più decoroso.