Per gentile concessione dell'autore, Federico Mastrolilli, pubblichiamo un brano tratto dal libro "Mourinho Immaginario", pubblicato nel 2010, in cui si racconta di come Mourinho si è presentato al Chelsea nel 2004.

Chissà se il discorso con cui il 2 giugno del 2004 si è presentato agli inglesi se l'era preparato in aeroporto, in attesa di essere imbarcato sul volo Tap per Londra, magari al calore di una smoking-room, una di quelle gabbie dove non entra né aria né luce e la gente fuma e parla distrattamente del tempo e del governo, o se è stato un frutto felice e spontaneo della sua improvvisazione. Non lo sapremo mai, così come non sappiamo se i presidenti della Repubblica quando pronunciano il discorso di fine anno vanno a braccio o leggono sul gobbo. Sia come sia, quella prima conferenza stampa di Mourinho come allenatore del Chelsea, svoltasi nello scenario un po' raffazzonato di una saletta lounge di Heathrow, rappresenta la simbolica posa della prima pietra della costruzione del suo personaggio mediatico, del "fenomeno Mourinho", del mito giornalistico dello Special One. Ovviamente senza traduttore (il suo inglese, lo sappiamo, è perfetto), José guarda negli occhi il suo pubblico, annusa l'aria, sente la diffidenza tipicamente snob degli inglesi che scrutano l'intruso dall'alto in basso, ripassa i titoli dei tabloid che l'hanno accolto con derisione, convinti del suo sicuro fallimento, sente la pressione di una domanda difficile dopo l'altra, "e ce la farai, e che obiettivi hai, e sei pronto per questo, e sei pronto per quello", si ricorda del sangue che gli scorre nelle vene, dei cinquecento anni di emigrazione del suo popolo, dei tanti connazionali che in quel paese si sono fatti da soli all'ombra di una cucina o dentro un taxi, della finale di Gelsenkirchen appena vinta, di essere il migliore, e decide di farla finita lì con quella pantomima: «Scusate. Fermi tutti. Se avessi voluto una vita semplice sarei rimasto in Portogallo, su una poltrona blu con la Coppa dei Campioni sotto i piedi. Dio, e dopo Dio, io. Invece sono qui, in una squadra con grandi giocatori e, scusate se sono arrogante, anche un allenatore speciale». Ecco, l'ha detto.
Scriveranno i giornali che «è una boccata di aria fresca in un mondo senza niente da dire». È l'inizio della sua fama internazionale che va oltre il risultato sportivo, è il punto di svolta che segna il costume sportivo e non solo, è la rivoluzione copernicana dei rapporti tra allenatore e stampa, con il primo che da perseguitato diventa persecutore. Le parole non sono casuali, se il persecutore è anche il titolo del formidabile racconto che Julio Cortàzar dedica a Charlie Parker, il più grande sassofonista mai nato su questo terra. E allora, per comprendere l'importanza della rupture culturale di José, non bisogna fare altro che adattare al mondo del pallone le parole che lo scrittore argentino dedica allo Special One del jazz: «Dopo l'arrivo di José nel calcio non si può più continuare a vedere gli allenatori precedenti e credere che sono il non plus ultra; bisogna decidersi ad accettare quella specie di rassegnazione forzata che si chiama senso storico, e dire che ognuno di quegli allenatori è stato stupendo e continua ad esserlo nel-suo-momento». È grazie al senso storico che oggi può riconoscersi, come fa il giornalista Beppe Di Corrado sul Foglio, che «lo Special One è cominciato lì, con i giornali inglesi irritati dalla sua sicurezza, dal suo modo di fare, dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a uno che gli avrebbe insegnato qualcosa. Perché gli altri allenatori stranieri si presentano timorosi del calcio degli inventori e lui, invece, è arrivato da migliore senza dover chiedere permesso per entrare. Quel giorno l'allenatore campione d'Europa s'è trasformato in un guru, in un rivoluzionario. L'ha scelto, l'ha voluto, l'ha fatto. S'è preso sul serio per farsi prendere sul serio dagli altri». Così sul serio che ha scomodato perfino Dio, sedendosi al suo fianco.