Fondamentalmente la responsabilità maggiore di Fonseca in queste due stagioni di Roma è chiara: essere arrivato con la fama di allenatore offensivista poco incline a trovare soluzioni di equilibrio tattico per la sua squadra e andare via penalizzato dalla stessa nomea. Quando nei primi giorni di giugno del 2019 si sparse la voce che il neo (ma non ancora ufficializzato) ds giallorosso Petrachi e l'allora amministratore delegato plenipotenziario Fienga si stavano indirizzando in maniera definitiva verso il tecnico portoghese, sul Romanista pubblicammo un pezzo per spiegare che tipo di allenatore fosse sotto il profilo tattico. Il titolo del pezzo, uscito il 6 giugno 2019, era già abbastanza esplicito: "Fonseca e la difesa ballerina". Questa fu invece la chiosa finale, dove si parlava dei difetti delle fase di non possesso e dello schieramento morbido sui calci piazzati: "… Davvero le marcature dei difensori arancioni (nel doppio confronto europeo con Napoli e Roma, ndr) lasciarono molto a desiderare. E anche questo sembra un piccolo indizio su cui si dovrà lavorare intensamente, qualora sarà davvero Fonseca a sedersi sulla panchina della Roma. In un campionato tattico come quello italiano, concedere così tanto in fase di non possesso potrà essere letale". Ecco, a distanza di quasi due anni, possiamo dire che proprio la fase di non possesso sia stata letale a Fonseca, e indirettamente alla Roma. Stona usare questi termini definitivi alla vigilia della gara di ritorno di una semifinale di Europa League, ma proprio il secondo tempo dell'andata di Manchester, con i cinque gol incassati in 38 minuti, che sostanzialmente sviliscono qualsiasi sogno di rimonta domani sera, fotografano in maniera inequivocabile le difficoltà accusate dalla Roma in questi due anni. Mettiamoci pure che l'annuncio anticipato di Mourinho ha tolto persino un po' allure a tutto quello che può essere oggi la Roma di Fonseca e sarà di sicuro più difficile per lui provare a motivare qualcuno domani sera con la mozione degli affetti...

Da quando è sbarcato a Trigoria, Il Romanista ha dedicato a Fonseca circa 115 prime pagine, accompagnando il suo lavoro con attenzione quotidiana, registrandone ogni mutamento, sia tattico sia comportamentale, soffermandosi su ogni sua declinazione. Del tratto caratteriale gentile e signorile abbiamo spesso avuto modo di dire, è chiaramente apprezzabile la mentalità offensiva trasmessa alla squadra sin dal primo giorno, abbiamo ammirato l'estrema cortesia nei confronti degli altri allenatori italiani e di ogni interlocutore e anche le educate mancate risposte rispetto ad alcune carenze societarie che in alcuni momenti della stagione gli hanno causato comprensibili imbarazzi, comprendendo poi sia quel paio di sfoghi contro arbitri particolarmente ostili sia un atteggiamento via via sempre più riservato nelle occasioni pubbliche dei confronti con la stampa.

Ma l'aspetto su cui non siamo mai riusciti ad apprezzare miglioramenti è quello della fase di non possesso della Roma. Sì, c'è stata un'opportuna evoluzione, partita forse con un po' di ritardo, con il passaggio della difesa a tre, avvenuto alla ripresa del campionato post Covid e che ha portato la squadra ad esprimersi meglio e a migliorare la propria capacità difensiva per l'ultima parte della scorsa stagione e per l'inizio di questa. Ma poi gli allenatori, soprattutto in Italia, sono abituati a trovare contromisure in grado di ridurre la pericolosità di qualsiasi avversario. Difficile, ad esempio, trovare in Italia una squadra che oggi affronti la Roma con la leggerezza che hanno usato ad esempio Braga, Shakhtar Donetsk e Ajax. Eppure queste squadre sono decisamente più forti di Cagliari, Torino e Parma, per dire di tre avversarie che recentemente hanno messo la Roma in forte difficoltà sul piano tattico e dinamico. E a Fonseca è mancata a volte la capacità di intuire, anticipare e magari contrastare certe contromosse. Ecco dove si nasconde il suo principale passaggio a vuoto: non aver saputo infondere ai propri giocatori, forse anche a causa di uno staff non adeguatamente preparato sul tema, le conoscenze tattiche giuste per difendere meglio nel campionato italiano né aver saputo trasmettere quella "carnalità" nell'interpretazione della partita che in taluni casi è persino più utile della giusta "scalata" tattica. In Italia è sicuramente così, all'estero non c'è ancora questa malizia tattica. Ovunque si gioca più a viso aperto, qui non sempre.

La forza, e forse il limite, di Antonio Conte è nella conoscenza trasfusa ai giocatori dell'Inter sul modo migliore per resistere in difesa anche lasciando agli avversari il pieno controllo del possesso palla: sembra che i nerazzurri si esaltino quando il pallone ce l'hanno gli altri, sembra quasi che sfidino gli avversari ad attaccare. In assoluto diventa un limite quando poi alzi il livello e ti confronti con squadroni di grande livello tecnico che però amano fare la partita e ti vengono a prendere altissimo e ti stordiscono finché non ti arrendi. E questo è anche il motivo per cui l'Inter in Europa non sia proprio riuscita a sfondare. Ma il limite degli allenatori più "moderni", alla Fonseca, è di non dedicare troppo tempo alle esercitazioni difensive: chi vuole venire ad allenare in Italia deve essere in grado di allestire una squadra in grado di sapersi all'occorrenza difendere bene. Sarà anche per questo forse che Pinto e i Friedkin si sono orientati sull'allenatore più "risultatista" che c'è.