«Risponde la mia storia». Ha sempre ribattuto così el senor Monchi di fronte a domande maliziose e suggerite da chi non ha il coraggio neppure di metterci la faccia perché poi potete immaginare che faccia sia. Vale anche, anzi soprattutto, oggi. Nel momento in cui si fanno bilanci dopo tre giornate di campionato, si certifica di non conoscere la storia non tanto di Monchi quanto della Roma, si sputano sentenze che sarebbero state opposte se la Roma avesse fatto nove punti perché cavalcare l'onda popolare pare sia una garanzia, roba del tipo «Dzeko è impresentabile, non lo voglio più vedere con la maglia della Roma» e, dopo che la storia li ha inchiodati, virare e sostenere che «la Roma non può fare a meno di Dzeko, un campione». Perché se certe cose che si scrivono o si dicono, oggi, del senor Monchi, fossero state scritte o dette al termine del mercato, avrebbero avuto il pregio del coraggio e dell'opinione libera e indipendente. Ora sono, invece, un premeditato attacco alla Roma, alla nostra Roma. Questo non ci piace e per quello che valiamo, non possiamo accettarlo.

Neppure noi siamo soddisfatti delle prime tre partite ufficiali della rinnovata, pure troppo, squadra di Di Francesco. Neppure a noi alcune operazioni dell'ultimo mercato hanno convinto lasciandoci un senso di perplessità che ci auguriamo il tempo aiuti a cancellare. Neppure a noi quella cessione di Strootman a tempo scaduto, leggasi mercato chiuso in entrata, ci ha aiutato a essere un tantinello meno preoccupati. Neppure a noi le partenze di Alisson e Nainggolan ci hanno indotto a festeggiare perché ci fanno tuttora sentire orfani di due giocatori a cui abbiamo voluto bene e che, al di là del valore tecnico, ci avevano fatto emozionare, fermo restando, comunque, che prima di qualsiasi giocatore, dirigente, direttore sportivo, quello che per noi rimane il bene prioritario è la Roma.

Torniamo a Monchi. Oggi, da queste parti, è diventato un cretino. Non è una novità, era successo pure con Walter Sabatini. È uno sport che va di moda. Monchi ha fatto delle scelte. Il tempo, non tre partite, ci dirà se si riveleranno giuste e propedeutiche per una Roma ancora più forte. Di fatto ha ribaltato la Roma. Come la piazza, questa piazza, questi santoni del nulla che parlano inseguendo il vento che non è certo quello geniale di Bob Dylan, chiedeva nel gennaio scorso quando la prima Roma difranceschiana si era accartocciata su se stessa, incapace di riconoscersi e ritrovarsi, per poi stupire tutti, compresi i santoni, in notti di coppe e di campioni. E a quel punto, la girandola vuole che si applauda. Fino alla prossima capovolta.

Noi nella radicata convinzione che Monchi sia una persona competente e seria, vogliamo provare a rispondere. Con la sua storia. Come ha suggerito lui stesso in più di un'occasione. Prendendo in esame tre stagioni in cui era direttore sportivo del Siviglia che aveva preso nella B spagnola per poi portarlo ai vertici europei (sono fatti non chiacchiere). Le annate sono quelle del 2005-06, 2013-14, 2015-16. Tre stagioni in cui durante il mercato aveva cambiato più di un giocatore. Tre stagioni in cui nelle prime sei giornate di campionato, il Siviglia aveva dato risposte che da queste parti avrebbero portato i leoni da tastiera a sputare su Monchi, non capendo che nello stesso tempo lo stavano facendo nei confronti della Roma. Dunque: sei punti nella prime sei giornate nel 2005-06, cinque e cinque nelle altre due prese in esame. Un flop o giù di lì. Ma la storia, attenzione nessuno si senta escluso, ci dice anche che in quelle stesse tre stagioni, alla fine il club andaluso ha alzato tre coppe, un'Uefa e due Europa League. Dovesse succedere da queste parti santoni e leoni da tastiera che farebbero? Di sicuro inseguirebbero il carro dei vincitori, unico sport che sono in grado di fare. Magari per poi scoprire che Monchi su quel carro non c'è, perché ha salutato tutti per andare a Barcellona, Manchester, Madrid. Del resto da quelle parti, si sa, sono tutti cretini.