Boston è nel destino della Roma, a Boston viene ogni anno la Roma e a Boston ieri pomeriggio (era la notte tra giovedì e venerdì in Italia) si sono ritrovati parte degli investitori della Roma in un happening colorato e persino divertente. Del resto a Boston si può dire che la Roma sia (ri)nata nel 2010, per la tenace iniziativa dell'attuale presidente del Venezia, Joe Tacopina, che aveva fiutato l'affare e dopo il naufragio del tentativo operato dal gruppo che faceva capo a Soros (spaventati dall'improvviso rialzo della richiesta) e d'accordo con il suo buon conoscente Mauro Baldissoni (con cui anni prima era entrato in contatto per questioni legali) ha chiamato un altro vecchio amico, stavolta in Massachusetts, Tom DiBenedetto, proponendogli di mettere insieme una cordata di facoltosi imprenditori per «comprare la Roma».

L'ascesa di Pallotta

Tom, banchiere smaliziato, ne trovò tre: James Pallotta, Richard D'Amore e Michael Ruane. Dei quattro, Tom era il meno facoltoso, e così a sua volta diluì la quota iniziale tra altri investitori minori. Il gruppo diede le giuste garanzie ad Unicredit e in poco tempo si chiuse il deal. DiBenedetto fu promosso presidente e Tacopina fu inizialmente ringraziato per l'ispirata iniziativa con la carica di vicepresidente che però a un certo punto cominciò a sentire stretta e, non avendo la forza economica per rilevare le quote degli altri, decise di mettersi in proprio e con una parte della liquidazione comprò prima il Bologna e poi il Venezia. Dei quattro soci iniziali, tre avrebbero dovuto rimanere nell'ombra, ma il front man inizialmente designato, proprio mister DiBenedetto, forse il più abile a far quadrare i conti nella due diligence, ma anche il meno "visionario" del gruppo, palesò le sue difficoltà ad assumere l'onere della prima linea. E Pallotta, ad agosto 2012, decise di uscire allo scoperto e rilevò tutto: del resto era anche quello con maggiori capacità manageriali, il più entusiasta, il più curioso. Gli altri tre rimasero comunque nel board e ancora oggi sono solidi investitori (e D'Amore è anche nel directors board): bazzecole per loro, con patrimoni personali che vanno dai due ai tre miliardi di dollari.

Jim porta tutti a cena

Ieri, in un pomeriggio affollato da quasi duecento tifosi, perlopiù studenti dell'università di Harvard che ospita la Roma nei suoi verdissimi campi, Pallotta ha dedicato la giornata ai suoi investitori, appunto. Raggiunto il campo a bordo della sua sfavillante Audi S8 Plus da 700 hp – un gioiellino da 130.000 dollari – con Franco Baldini al suo fianco, ha intrattenuto ospiti, dirigenti e giocatori con il suo tipico savoir faire, distribuendo sorrisi e battute e pacche sulle spalle con studiata ragionevolezza, sfoggiando con orgoglio la squadra, certo, ma anche la mastodontica organizzazione che ormai le gira intorno. Con i giocatori Pallotta s'è intrattenuto in particolare con De Rossi, Kluivert, Dzeko e Manolas. Al campo sono arrivati l'immancabile Alex Zecca (degli amici di Pallotta è quello più vicino alla squadra, si vede spesso anche a Roma), il rubicondo Richard D'Amore, il presidente di Chanel International (e anche lui presente nel board) John Galantic, c'erano vecchi amici passati nella Roma anche con ruoli operativi come l'ex preparatore Ed Lippie, l'ex responsabile digital Shergul Arshad, l'ex fornitore di supporti multimediali Andrea Gabrielle, presidente di Neptunweb, e il neo nominato Chief revenue officer Francesco Calvo, stratega del marketing già Philippe Morris, Juventus e Barcellona. A un certo punto Pallotta è andato via, con Baldini, quasi di corsa, avvisando i più pigri: «Ragazzi, mettetevi in salvo. Tra sette minuti verrà il diluvio». C'era il sole. Sette minuti dopo è arrivata un'alluvione...
Poi in serata, col cielo nuovamente sgombro di nuvole, tutti a cena – squadra, staff e dirigenti – non da Nebo, il centralissimo ristorante delle sorelle Pallotta, ma all'Empire, un asiatico molto fashion al Seaport, pare richiestissimo dai calciatori.