Il paradosso è che di quell'assurda sfida del 16 dicembre 2015 - quando lo Spezia, allora in serie B, espugnò l'Olimpico guadagnando il diritto ad affrontare ai quarti di Coppa Italia niente di meno che l'Alessandria (che passerà il turno e uscirà poi col Milan, battuto in finale dalla solita Juventus) - sono più i reduci dei liguri che quelli della Roma: dei giocatori scesi in campo cinque anni fa, nella rosa di oggi ce ne sono due tra i bianchi di Italiano (Terzi e Acampora, oggi infortunato) e uno tra i giallorossi di Fonseca (Dzeko, che però stasera sarà risparmiato).

Quella era una squadra teoricamente fortissima, con Maicon, Rüdiger, Castan, Emerson Palmieri, Pjanic, De Rossi, Salah, Florenzi, Digne e Dzeko appunto, ma si squagliò di fronte allo Spezia di Di Carlo. Garcia fallì come aveva fallito Andreazzoli, come falliranno Spalletti e Di Francesco, come fallì l'anno scorso Fonseca (uscì con la Juventus senza lottare), con la Roma a cambiar pelle ogni anno, ogni volta con le ambizioni rinnovate, ogni volta a leccarsi le ferite. L'ultima amarezza quattro giorni fa, non in coppa Italia, ma in un derby di campionato.

E adesso? Adesso il calendario propone il ritorno in Coppa Italia praticamente un anno dopo l'ultima apparizione (quel 3-1 a Torino con la Juve), di fronte ancora lo Spezia, in un orario praticamente notturno (calcio d'inizio ore 21,15, telecronaca su Rai 2), nel gelo di un Olimpico assai vicino agli zero gradi, con una formazione inevitabilmente sperimentale, contro una squadra che tornerà di fronte in un pomeriggio presumibilmente meno rigido, sabato alle 15, per l'ultima di andata di un campionato che vede la Roma ancora aggrappata alla zona Champions, ma col tempo che volge al peggio, se non ci si libererà presto delle scorie dell'incredibile sconfitta con la Lazio.

Ipotizzare due risultati diversi delle vittorie tra stasera e sabato significa prefigurare foschi scenari sulla serenità della Roma e magari sul futuro di Fonseca. Meglio non pensarci, a chi andrà in campo il compito di provare a ripartire non tanto per dimenticare ciò che resterà indimenticabile (la sconfitta con la Lazio è una di quelle che lasciano cicatrici, a ricordare il male che hanno prodotto), quanto per dimostrare che un gruppo di professionisti, a differenza di quello che magari capita ai tifosi, è in grado di rialzarsi dopo una sconfitta e far finta che niente sia accaduto. Dunque due vittorie, poi proviamo a ripensare a quello che è successo venerdì sera. Spiegazioni Fonseca ne ha date poche. Ieri, come sempre accade alla vigilia della Coppa Italia, non c'è stata neanche la consueta conferenza stampa, ma solo due brevi chiacchierate con la Rai rilanciate dal sito. Tre i concetti espressi, li trovate comunque nelle pagine successive.

Sa bene l'allenatore, in ogni caso, quanto la Coppa Italia sia ambita da queste parti. O se non ne ha piena consapevolezza, speriamo almeno che qualcuno gliel'abbia spiegato quanto questa competizione ci sia affine. Tra vittorie (9) e secondi posti (8) ce la siamo giocata fino alla fine per 17 volte. La Juve due volte in più (13 successi e 6 piazze d'onore), ma ci ha scavalcato negli ultimi cinque anni, vincendone quattro e perdendo l'anno scorso col Napoli. Questa coppa è roba nostra e se per tanti anni ci ha consolato magari per i mancati successi del titolo, ormai dal 2013 ci angustia proprio per quello che invece succede dentro la competizione.

L'anno scorso, come detto, ci eliminò la Juve dopo aver battuto il Parma a domicilio, nel 2018-2019 ci fu la vergogna del 7-1 a Firenze ai quarti, l'anno prima fu il Torino di Mihajlovic a farci fuori agli ottavi, nel 2016-2017 la Lazio in semifinale, precedentemente la già citata vergogna con lo Spezia, e ancor prima ci arrendemmo ai quarti con la Fiorentina, nel 2013-2014 vinse il Napoli in semifinale e il 26 maggio del 2013 ci fu l'ultima finale disputata. Una sorta di maleficio. Chi ce ne tirerà fuori?