Se il ruolo del manager al vertice del club appartiene decisamente all'era moderna, anche il calcio in bianco e nero ha avuto le sue figure dirigenziali di riferimento. Nel caso della Roma, molto più che semplici "uomini da scrivania". Spesso vere e proprie anime della società, strette al giallorosso da legami che hanno trasceso i contratti. In principio fu Vincenzo Biancone, vero e proprio pioniere del calcio nella Capitale. In ogni ambito: giocatore (dell'Audace), dirigente (dell'Alba), poi arbitro. Membro della commissione tecnica della Roma nell'ordine del giorno numero 1 del 22 luglio 1927, diventa "socio arbitro" fino a quando non abbandona il fischietto per entrare in pianta stabile nei quadri dirigenziali del club: è il 1932. Biancone fa tutto: segretario, dirigente accompagnatore, direttore sportivo. Consegna a Schaffer la squadra che nel 1942 porterà il primo Scudetto della storia sotto il Po, la supporta nel periodo più buio del dopoguerra, si fa in quattro quando le casse societarie languono. Alla fine resterà per 40 anni, lasciando il club soltanto poco prima di morire nel 1974. In quella decade si affaccia un altro giovane dirigente: si tratta di Giorgio Perinetti, che comincia (nel '72) dal settore giovanile. Il vivaio giallorosso sforna talenti a ripetizione (Rocca, Di Bartolomei, Conti, Peccenini, fra gli altri) e conquista titoli in serie. Successi che mettono in evidenza la figura di Perinetti e lo portano a conquistare la fiducia di Anzalone e in seguito anche quella di Viola. Fra gli Anni 70 e gli 80 è lui il punto di riferimento societario, accompagnato per un biennio da un Luciano Moggi agli albori della carriera, e nelle stagioni del secondo tricolore e della Coppa Campioni da Nardino Previdi nel ruolo di ds. In quegli anni di ritrovata grandezza, diventa fondamentale Gilberto Viti, vero precursore dei concetti di marketing e merchandising applicati al calcio (il lupetto di Gratton e il Torneo Junior Club portano la sua firma in calce), ma mai a scapito della passione, che è anzi la vera forza motrice della sua azione dirigenziale. Fra i suoi marchi il feeling con la tifoseria, anche di Curva. Il dopo-Viola è complesso e si succedono in breve tempo due nomi che lasciano poche tracce nella Roma e ben più profonde nel Coni: Gianni Petrucci e Vincenzo Malagò (padre di Giovanni). Non ha fortuna anche l'ex arbitro Luigi Agnolin, primo manager dell'epoca di Sensi, che però indovina l'accoppiata vincente con Fabrizio Lucchesi e Franco Baldini. Il primo saluta poco dopo il terzo titolo, il secondo scala gerarchie: da agente Fifa vicino al presidente, a consulente, a direttore sportivo, a uomo di rappresentanza anche in sede politico-sportiva, tanto da incarnare l'archetipo dell'antimoggismo. Messo alla porta da Rosella Sensi, rientra con gli americani da dg. Fino a diventare l'uomo-ombra di Pallotta a Londra. E all'inevitabile addio col passaggio ai Friedkin.