Se non è l'eroe dei due mondi, poco ci manca. La tripletta rifilata al Genoa è soltanto l'ultima di una lunga serie di imprese calcistiche centrate in ogni angolo del continente da Henrikh Mkhitaryan. Dall'Armenia all'Italia, passando per Ucraina, Germania, Inghilterra (e da ragazzino ha transitato perfino in Brasile), il numero 77 romanista ha lasciato tracce indelebili del suo passaggio. Merito di una carriera straordinaria, che con più di qualche anno ancora davanti (ne compirà 32 il 21 gennaio prossimo) vanta numeri da capogiro: 549 presenze da professionista, 105 nelle coppe europee, 177 reti complessive, 19 trofei vinti, autore di almeno 10 gol in Bundes, Premier e Serie A (come Dzeko), capocannoniere all time della sua nazionale.

Anche se attaccante puro non è mai stato. Ma è bastata mezz'ora domenica scorsa a Genova per dimostrare quanto possa farlo con risultati lusinghieri. Cifre che semplificano un curriculum di primo livello, ma da sole non bastano a raccontare un personaggio davvero singolare per il mondo del calcio: laureato in economia, impegnato in politica, sette lingue padroneggiate, nel vero senso del termine, come dimostra un italiano invidiabile già nello scorso autunno, a pochi mesi dall'arrivo a Roma. E una serie di allenatori di primo piano che lo hanno cercato e avuto: Lucescu, Klopp, Tuchel, Wenger, Mourinho, Emery. Col portoghese il feeling non scatta, ma Micki è determinante nella conquista dell'Europa League per quel Manchester guidato dallo Special one, realizzando anche un gol in finale. Il romeno, che lo svezza nel calcio che conta, lo definisce «il più forte giocatore mai allenato». L'attuale tecnico del Liverpool, nella comune esperienza a Dortmund, ne esalta l'acume non soltanto calcistico, chiamando in causa l'attitudine degli armeni per gli scacchi, che impone continui ragionamenti e visione d'insieme: «grande lavoratore e pensatore, se non funziona la colpa non può mai essere sua».

Lo stesso Fonseca, che con lui comunica in portoghese, ne ha più volte elogiato pubblicamente classe e professionalità, confessando anche lontano dai riflettori di aver incrociato pochissimi calciatori così intelligenti in tutta la sua carriera. Lui incassa in silenzio gli elogi personali e rilancia le ambizioni di squadra: «Possiamo arrivare ai livelli che vogliamo, abbiamo tutto per farlo», rivela al termine della partita di Marassi che lo ha eletto protagonista incontrastato. Dichiarazioni nel solco di quelle successive alla goleada di coppa, solo apparentemente di segno opposto: «Secondo me dobbiamo continuare a lavorare e fare di più perché così non basta». Parole da leader in entrambi i casi. Non potrebbe essere altrimenti per chi è un simbolo del proprio Paese, ben oltre le gesta sportive. Nel 2011 viene insignito del titolo di "Difensore della patria". L'impegno civile gli costa la seconda finale di Europa League a Baku, con la maglia dell'Arsenal: troppo elevati i rischi. Ma certo non si esaurisce lì: la guerra nella regione del Nagorno Karabakh lo induce a scrivere una lettera aperta a Putin, Trump e Macron, chiedendo di fermare il conflitto. E sui social continua a ricordare la questione, tanto da attirare da parte azera continue accuse su presunte ambizioni politiche. Ma è sempre in campo che parla una lingua capace di unire.

Lontano dal superomismo di Ibrahimovic e Ronaldo, eppure il talento di Micki comincia a solleticare interesse anche fuori dalla Capitale: 4 gol e 5 assist in questo scorcio di stagione lo portano a essere uno dei giocatori più determinanti in Italia. Da quando è a Roma in 37 presenze ha avuto incidenza diretta su 24 reti (13 centri personali e 11 passaggi decisivi), con una media di un gol procurato ogni 107 minuti. Non c'è bisogno di ostentare i muscoli per risultare essenziale.