Un'età non eccessiva, settantasei anni, una salute da tenere costantemente sotto controllo, i primi sintomi del maledetto Covid, il ricovero allo Spallanzani, pochi giorni prima di dire ciao Fiore', ciao Ricca', ciao France', ciao nipotini miei, ciao amici, ciao Roma.

Se ne è andato con la discrezione di un papà che non ha mai pensato di esserlo di un campione, ma sempre e comunque di Francesco. Lui e mamma Fiorella che vogliamo abbracciare con tutto il cuore, hanno avuto un ruolo fondamentale nella straordinaria carriera del Capitano. Capaci di non farsi mai travolgere dalla crescente popolarità e ricchezza, la mamma accompagnandolo tutti i giorni a Trigoria, lo Sceriffo provocandolo con quel disincanto romano (e romanista) che poi abbiamo conosciuto ancora meglio con Francesco. Gli diceva, lo Sceriffo, «guarda che sei scarso, quello bravo è tuo fratello Riccardo». Sapeva che non era vero, ma sapeva anche che quelle parole avrebbero stimolato il figlio, «mo' papà ti faccio vedere io». Glielo ha detto fino a quando il Dieci ha appeso gli scarpini al chiodo, quasi che volesse continuare a sfidarlo felice di perderla quella sfida.

Perché lo Sceriffo sapeva meglio di chiunque altro le qualità di quel ragazzino biondo che aveva visto crescere andando ogni sera a letto con il pallone tra le braccia. Ne ha seguito la carriera con una discrezione fuori dal comune, quella discrezione che dovrebbe essere un esempio per tutti quei papà convinti di avere un figlio campione. Lo Sceriffo lo era sul serio il papà di uno straordinario fuoriclasse, ma non l'ha mai detto a nessuno, a cominciare dal figlio, sempre più felice di vederlo diventare un'icona di una città, di una tifoseria, vestito con quei colori giallorossi, che erano i colori del suo cuore.

Chi scrive, nel corso della sua carriera, ha avuto il piacere di incontrarlo parecchie volte lo Sceriffo. Al seguito del figlio «scarso», in camper nei ritiri, con gli amici di sempre, una partita a carte, uno sguardo attento, da lontano, agli allenamenti del Capitano, pronto a rimproverarlo se si fosse dimostrato maleducato nei confronti di un allenatore, di un compagno, o un tifoso. Lo abbiamo incrociato anche in diversi stadi italiani ed esteri, sempre in disparte, mai davanti ai riflettori, il palcoscenico era di Francesco e lui era felice di questo, di vedere che quel suo ragazzino biondo stava conquistando il mondo. Non sempre, lo Sceriffo, finiva di vedere le partite. Soprattutto in trasferta. Sopportava poco che insultassero il figlio, allora preferiva alzarsi e andare via. Con la solita discrezione che in venticinque anni di carriera del Dieci lo ha portato a non concedere mai un'intervista e l'idiosincrasia a qualsiasi fotografia. Il palcoscenico era di Francesco, quello scarso.

Mi permetto la prima persona per mandare un abbraccio con tutto il cuore a Fiorella, Riccardo, Francesco e tutta la famiglia Totti. A cui noi, inguaribili romanisti, dobbiamo tutti un grazie.
Ciao, Sceriffo.