Quando nel calcio italiano ci si autocompiaceva che la serie A fosse il campionato più bello di tutti - solo perché c'erano i soldi per comprare i giocatori più forti, ma non le idee per praticarlo sul serio - si era diffusa la convinzione che i calciatori spagnoli da queste parti non rendessero. «Lì si va più lenti», «lì non conoscono la tattica e non sanno difendere», «lì non hanno la giusta convinzione agonistica»: così, per anni, si sono avviliti alla ricerca della giocata brillante professionisti di indubbio valore tra cui De La Peña, Mendieta, Farinos e Josè Mari. Ne sa qualcosa anche la Roma che nel 1997-98 tesserò un giovane centrocampista di prospettiva, Ivan Helguera, salvo rimandarlo subito a casa, bollato come inadatto per l'esasperante lentezza dei suoi movimenti (ma poi andò a vincere due Champions col Real Madrid). Helguera quell'anno fu uno dei tre spagnoli tesserati in serie A: un altro fu il suo compagno di squadra Cesar Gomez (ma la leggenda vuole che fu comprato per sbaglio), il terzo il poco conosciuto Angel Morales della Sampdoria: collezionarono 14 presenze in tre.

Poi però un giorno di ormai dodici anni fa alla mente più brillante che il calcio mondiale abbia mai avuto, quella di Pep Guardiola, si accese una scintilla che ha reso sistemica una novità che le squadre spagnole avevano cominciato a implementare, quella del calcio offensivo e dominante attraverso un possesso palla esasperato e partorito dai difensori, intuizione che ha cambiato il calcio mondiale e fatto nello specifico la fortuna del calcio spagnolo e di ogni squadra che poi il catalano ha allenato: basti pensare che negli ultimi 15 anni i tifosi iberici hanno festeggiato un Mondiale, 2 Europei, 8 Champions League, 9 Europa League, 10 Supercoppe Europee, 7 Mondiali per Club, per un totale di 37 titoli complessivi. 10 di questi trofei sono stati peraltro conquistati da squadre che tra i protagonisti avevano anche il penultimo acquisto spagnolo della Roma, Pedro Eliezer Rodríguez Ledesma. L'ultimo ad accasarsi a Trigoria è stato invece Borja Mayoral Moya, talentuoso attaccante preso in prestito oneroso dal Real Madrid, a completare un quadro di giocatori proveniente dalla Spagna che, con i già tesserati Pau Lopez Sabata, Gonzalo Villar del Fraile e Carles Perez Sayol, portano il totale a cinque elementi, numero mai raggiunto di una stessa nazione europea (che non fosse ovviamente l'Italia) tra i tesserati della Roma. Oltre i confini europei, il record è rappresentato dagli otto brasiliani nel 2010-11: Adriano, Baptista, Cicinho, Doni, Juan, Julio Sergio, Simplicio, Taddei.

Così la rivoluzione si è compiuta. I cinque giocatori della Roma rappresentano più o meno un quarto della fetta (sono 21 in totale, quarto quantitativo, dopo i 33 brasiliani, i 27 argentini e i 22 francesi) di quelli che giocano quest'anno in Italia, e anche in questo caso si tratta di un record. Quando Guardiola prese il Barcellona, nel 2008, in Italia c'era un solo tesserato proveniente da quel campionato, il giovanissimo talento Iago Falque, preso per l'under 19 della Juventus proprio dal Barça B, la squadra in cui Pep aveva cominciato ad allenare. In Premier League sono 27 gli spagnoli tesserati quest'anno (secondo gruppo, dopo i francesi), in Bundesliga "solo" 10. Così dall'idea di Guardiola è cambiata la vita al Barcellona, poi al calcio spagnolo e piano piano all'intero calcio mondiale.

Ed è diventato assai normale per tutti acquistare elementi che avessero assimilato quel tipo di calcio prima di altri. Anche in Italia il boom è stato evidente: dall'unico spagnolo, tesserato oltretutto per il settore giovanile nella stagione 2008/09, si è passati ai 4 dell'anno dopo, ai 9 del 2010/11, ai 18 del 2014/15, ai 19 del 2015/16 e del 2019/20 ai 21 di oggi, con l'apprezzamento progressivo di grandi talenti quali Callejon, Borja Valero, Albiol, Morata, Suso, Marcos Alonso, Llorente e tanti altri. Anche la Roma, dunque, non ha resistito al fascino di tanti interpreti del calcio cosiddetto posizionale, a partire dal portiere (ora in difficoltà, ma preso anche per le sue capacità tecniche con i piedi), passando per il rgista Villar, per l'attaccante del Real Mayoral e per i due prodotti del Barcellona, l'affermatissimo Pedro e il prospetto Perez.

Nella storia quasi centennale della Roma non sono stati molti gli spagnoli ad aver fortuna da queste parti: dei 14 tesserati totali, solo uno di loro ha alzato un trofeo importante con la maglia giallorossa, Peirò (la Coppa Italia) nel 1968-69. Ma ci sono stati giocatori stracelebrati come Luis Del Sol (che arrivò a 35 anni e vinse l'Anglo-Italiano), talenti come Bojan Krkic (nell'anno in cui venne a Roma anche il dimenticabile terzino Josè Angel, quello con Luis Enrique in panchina) e soprattutto proprio l'uomo più volte citato in questo pezzo: Pep Guardiola. Ma quando arrivò a Trigoria era nella parte finale della carriera da calciatore e già cominciava a studiare quella da allenatore. Nei prodromi della sua rivoluzione magari ci sono state tracce delle traiettorie condivise in allenamento con De Rossi, Totti, Cassano e chissà, pure Tommasi.