Un mese dopo lo sbarco degli americani. Sempre sul litorale romano, ma non ad Anzio come nel '44, stavolta a Ladispoli. Nel 2020, il 10 settembre. Da un americano all'altro, da Pallotta a Friedkin, dal quartier generale di Boston a quello di Houston.

Due approcci completamente diversi, come già manifesto durante la trattativa che ha portato, nella notte tra il 5 e il 6 agosto scorso, all'annuncio del deal done e alla data dell'ufficialità, il 17 agosto, del closing. Una dialettica completamente agli antipodi, con i nuovi proprietari, fondatori della Romolus and Remus Investments Llc (società veicolo dell'operazione Roma), che hanno limitato la loro comunicazione a poche parole, chiare, nel «momento meraviglioso» dell'acquisto del «gigante addormentato» che è la Associazione Sportiva Roma e la stessa politica hanno confermato per quasi un mese. Con l'idea ferma di far parlare i fatti. Confermandolo anche quando il 3 settembre scorso hanno rilasciato a grande richiesta la prima ed unica intervista al sito ufficiale.

Quando cioè hanno chiesto «pazienza» (la situazione di partenza non è così rosea, per l'eredità debitoria lasciata dalla gestione Pallotta) per la costruzione di un club forte e competitivo. Sì, anche per i trofei. Perché l'ambizione ai Friedkin non manca, anche se non ritengono necessari proclami. Dedizione al lavoro e cultura aziendale sono gli ingredienti più gettonati dai leader del gruppo che ha acquistato la Roma. Possibilmente nella discrezione, che qualcuno traduce piuttosto con segretezza, quasi totale. Un profilo chiaro a tutti da quando, facendo spola dal resort La Posta Vecchia di Ladispoli alle vie della Capitale, sono stati inutili i pedinamenti di cronisti, curiosi e tifosi. Auto sfreccianti e chiuse di intere giornate lavorative negli uffici di Trigoria, dove il primo giorno, al loro arrivo, hanno riunito squadra e tecnico (prima di allora solo una videochiamata, come da abitudine nell'era del nemico Covid). Sebbene possiedano una casa cinematografica, di cui si è occupato Ryan finora, amano poco la ribalta anche per le questioni ufficiali.

Come il meeting conoscitivo (con il nuovo stadio di sfondo) con la sindaca Raggi, avvenuto "solo" il 29 settembre, all'ambasciata americana e all'insaputa di fotografi e giornalisti (come voleva Dan), dove il magnate texano e suo figlio hanno giocato in casa e vista la contemporanea presenza del segretario di stato Usa, Mike Pompeo, e della prima cittadina romana, hanno "approfittato" della sovrapposizione di agende.

Presenzialismo

Ma c'è un filo rosso in questi primi mesi dell'era Friedkin che è balzato agli occhi: la continuità della presenza. Anche e soprattutto accanto alla squadra. E pensare che gli esordi non sono stati dei più facili, basti pensare al dramma sportivo dell'infortunio del gioiello Zaniolo, al quale la famiglia Friedkin ha voluto far sentire tutta la propria vicinanza. Dan aveva anche messo sul tavolo l'opzione della clinica in Svizzera dove poi è stato inviato Milik per le visite mediche propedeutiche all'acquisto, poi saltato. Già, il mercato. Difficilissimo per più di una ragione, dalla congiuntura economica del dopo-coronavirus alla scelta di posticipare l'ingaggio di un direttore sportivo per non sbagliare e scegliere, come da comunicati, «un management forte da supportare». Eppure un colpetto quasi a sorpresa, del tutto in linea con la nuova filosofia, i Friedkin l'hanno centrato: quel Marash Kumbulla che volevano tutti e che ha seguito la prima di campionato dalla panchina proprio contro la sua ex squadra, a Verona. Dove Dan e Ryan sono apparsi in tribuna per la prima volta in Serie A con la lupa capitolina sulla mascherina. Uno 0-0, il risultato, poi ribaltato (per ora) in un 3-0 a tavolino dall'incredibile caso-liste che ha coinvolto Diawara e che ha portato alle dimissioni del segretario "responsabile" Longo. In mezzo i tormenti del caso Dzeko, prima ceduto alla Juventus e poi recuperato (ancora da recuperare in toto) per il mancato arrivo di Milik.
Poi, visto che stanno incontrando una marea di gente, come assicura chi gli è vicino, il diversivo del viaggio a Montecarlo (dov'è la sede del nuovo sponsor sulla manica, Iqoniq), per poi tornare allo stadio, stavolta all'Olimpico, per un altro esordio, quello in casa. Dove la Roma ha spiazzato la nuova Juve di Pirlo ma non è riuscita a centrare i primi tre punti dell'era Friedkin. Padre e figlio, però, gimme five se lo son detti esultando in tribuna autorità quando Veretout ha siglato l'1-0 e il 2-1. Per la prima vittoria è servito invece volare - che per loro è come prendere l'utilitaria - a Udine, dove con un po' troppa sofferenza si è incassata l'intera posta grazie alla classe di Pedro.

I prossimi step

Tanto rumore per nulla alla chiusura del mercato con il perfezionamento dell'acquisto di Smalling al fotofinish (e la scoperta di mezzo mondo dell'indice di liquidità) che ha sancito lo spartiacque tra la prima fase, urgente come fare la squadra, e la seconda della nuova Roma. Che dovrà annunciare a stretto giro il ds, sul quale lavora sodo direttamente la famiglia Friedkin. Dopo i colloqui estivi con Rangnick a Zurigo e con Orta a Londra (alla presenza di un manager Toyota), la suggestione Campos e almeno un altro nome rimasto segreto, oltre all'opzione italiana Paratici, si va verso la stretta finale. Così come verso la definizione del nuovo sponsor tecnico (New Balance in pole) e il delisting dalla Borsa. E mentre Radovan Vitek - interessato al business stadio - si radica in Italia entrando con la maggioranza del capitale in Nova Re Siiq, società d' investimento immobiliare, e a Roma, dove entro dicembre dovrebbe ripartire il centro commerciale Maximo (ex asset di Parnasi) a Laurentina, il nuovo impianto prende piede. «Entro Natale verrà votato», ha detto Virginia Raggi. Tutto torna.

E torna a Tor di Valle, dove una Conferenza dei servizi e più di una amministrazione comunale ha acceso il semaforo verde. Difficile, dunque, ipotizzare un cambio d'area che vorrebbe dire un passo indietro di otto anni. Più facile pensare a mille e una riflessioni in atto davanti alle possibilità che possono nascere da un'opera così imponente e dispendiosa come lo Stadio della Roma. Che resta un importante obiettivo anche del piano Friedkin. Ma prima, entro dicembre, c'è una ricapitalizzazione da fare che alla fine della fiera avrà fatto ammucchiare quasi 350 milioni di esborsi cash per tutto il deal Roma.

È tanto il lavoro da fare per il magnate texano d'origine californiana e i suoi collaboratori. Una squadra collaudata di colleghi fidati e amici, alcuni di vecchia data del patron Dan, che è sbarcata da Houston con entusiasmo e serietà e sta ponendo le fondamenta per un business solido. Che sta conoscendo Roma. Sarà anche per questo che la base della famiglia e del gruppo sarà in pieno centro storico: hanno già preso un immobile in uno degli scorci più belli della Città Eterna e sono in trattativa per un altro a palazzo Odescalchi. Roba da cinema, per gli americani. In questo senso sì.