Prima Allegri, con il suo fuorionda che non esclude la Roma per interrompere la sua astinenza dal calcio, poi Rangnick, con l'incontro (avvenuto prima dell'inizio della stagione) conoscitivo a Londra con Friedkin. Complice il risultato di Verona nell'esordio di campionato, uno 0-0 che poteva essere ragionevolmente anche una vittoria di misura con tante reti, viste le occasioni, ma anche una sconfitta beffarda.

Non dev'essere facile per Paulo Fonseca iniziare una stagione in bilico sulla bocca di molti, con la prerogativa di essere aspettato al varco, come già successo a diversi suoi predecessori sulla panchina della Roma nella gestione Pallotta. Il tecnico portoghese aveva quasi raddrizzato la scorsa stagione, con un finale di campionato post lockdown tutt'altro che negativo.

Non era la Roma di Natale scorso, quarta in classifica e sicura del suo bel gioco, ma con il cambio di sistema e la difesa a tre è sembrata più squadra rispetto al periodo che va da gennaio a febbraio, quasi due mesi nei quali la squadra si è preclusa praticamente due obiettivi stagionali su tre: arrivare in Champions dal campionato e competere in Coppa Italia.

Sarà pure che poi i giallorossi hanno chiuso la stagione con una prestazione non all'altezza all'esame più difficile, cioè a Duisburg contro il Siviglia, proprio nel giorno in cui veniva annunciato il passaggio di proprietà da Pallotta a Friedkin. Svanito, e in quel modo, il terzo obiettivo dell'Europa League, si è rotto qualcosa? Forse.

«Stagione positiva» non proprio. Ma la società - con tutto che avrebbe potuto legittimamente, nel nuovo corso, azzerare ogni rapporto e scegliere un nuovo tecnico - ha deciso di puntare di nuovo su di lui. Prigionieri di un contratto? Tempo insufficiente per cambiare? Scelta conservativa nella continuità? Gira che ti rigira Fonseca è andato in vacanza sicuro di tornare in panchina con questi colori.

Una videochiamata a fine agosto e poi l'incontro a Trigoria nel giorno dello sbarco dei nuovi americani a Roma, anzi a Ladispoli. Poi al lavoro insieme, per cercare soprattutto di completare la squadra, arrivata - come tante altre squadre di Serie A, più o meno già collaudate - alla prima di campionato con un organico "mozzo".

A partire da quel pomo della discordia che è Chris Smalling, richiesto in tutte le lingue e tutte le salse e difficile da raggiungere a tutt'oggi, passando per qualche esterno in meno, fino ad arrivare al caso Dzeko-Milik, con il bosniaco portato in panchina ma "preservato" anche a costo di non provare il tutto per tutto per prendere tre punti all'Hellas, e il polacco, pedina ideale per il gioco di Fonseca con la sua mobilità, bloccato a Napoli dai cavilli e dalle impuntature del mercato.

Non il massimo per un lavoro lineare, è lapalissiano. Ma proprio per questo serve il miglior Fonseca, rafforzato (confermato dalla società oggi come allora), per questa fase delicata di stagione. Che legga al meglio ogni minuto di partita per, eventualmente, cambiare in corsa. Poi comanderanno come sempre i risultati. Con gli allenatori liberi che aleggiano, ma questa è un'altra storia. È il gioco delle parti, baby.